Amici di Pirandello, Sciascia, Empedocle

"La vita o si vive o si scrive" (Luigi Pirandello) - "Regnando Amicizia ogni cosa va ad unirsi" (Empedocle) - "Non si capisce un sogno se non quando si ama un essere umano" (Leonardo Sciascia)

Chi sono

Utente: ubaldoriccobono
Nome: Ubaldo Riccobono
ubaldo.riccobono@libero.it Laureato in giurisprudenza, coniugato, padre di due figlie, Dirigente Amministrativo Struttura Complessa AZ. Osped.ra San Giovanni di Dio di Agrigento (SSN) a riposo, già Direttore Amministrativo della medesima (2002-2005), giornalista pubblicista (ho scritto: Gazzetta dello Sport, La Sicilia e Giornale di Sicilia). Vice Presidente della Società Agrigentina di Storia Patria (con incarico Storia letteraria e saggistica, psicologia e sanità; implementazione blog). Segretario Lions Agrigento Host 2008/2009, consigliere 2009/2010. Scrittore, ho pubblicato il romanzo "Una contrada chiamata Consolida" terzo premio al concorso internazionale "Mario Soldati" 2004, organizzato dal Centro Pannunzio di Torino, sotto l'Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica. Premio Sikelè 2007 per saggistica e critica. Ho presentato e ridotto in volume la commedia "Non si sa come" di Luigi Pirandello (2005). Ho pubblicato (dicembre 2008) il saggio su Pirandello e Sciascia "Il fuoco e la ragione" e la commedia "Pirandello in love" sugli amori di Pirandello. Cinque racconti della raccolta inedita "Aspettando Minosse" (Un pescatore tra due isole, La raccomandazione, L'omelia, La festa degli alberi, La siccità, sono stati prescelti dalla giuria della prima edizione del Premio Editoriale 2009 "Gli occhi di dentro" di Terni, e pubblicati in un volume assieme agli altri racconti, poesie e storie di contenuto sociale (Edizione Pollicino, Terni). Ho pubblicato in riviste e su blog: racconti e recensioni letterarie.

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sabato, 21 novembre 2009


SCIASCIA FOR EVER

Racalmuto, fontana e castello 

A VENT’ANNI DALLA MORTE

 

Leonardo SciasciaVenti anni fa moriva a Palermo, nella sua abitazione di Villa Sperlinga, Leonardo Sciascia.

Qualcuno titolò:”Ora la Sicilia è più sola”, riferendosi principalmente al problema mafia.

Duplice errore, perché innanzitutto la genialità di Sciascia va apprezzata a 360 gradi, e precipuamente sotto il profilo letterario. Lo Sciascia mafiologo o politico è secondario rispetto al letterato, all’uomo di cultura e di pensiero, al ragionatore. Sciascia fu uno scrittore di spessore europeo e gli argomenti di mafia furono degli strumenti ineguagliabili per far capire non solo la società italiana,ma anche lo stato di crisi della civiltà occidentale.

Potè giustamente affermare che la Sicilia è metafora del mondo. Quindi all’indomani della sua morte, e oggi più che mai, le sue opere rimangono un patrimonio unico, in grado di farci capire la realtà attuale.

Con Sciascia non si finirà mai. Quando  e quanto più crediamo di conoscerlo, ecco che ci sorprendiamo  a scoprirlo in un passo, o in una frase; o a sovvertire, tra i suoi libri, l’ordine delle preferenze, delle affezioni. La grandezza di Sciascia è d’aver scritto a futura memoria, per un lettore sempre da trovare in ogni tempo. Niente e nessuno potrà togliergli questa paternità, questa autenticità.

 

L’ANNIVERSARIO DELLA MORTELuigi Pirandello

DI LUIGI PIRANDELLO

 

Tra venti giorni ricorrerà l’anniversario della morte di Luigi Pirandello (10 dicembre 1936). Anche in ciò i due grandi letterati agrigentini furono vicini. Morirono giovani (a 68 Sciascia, a 69 Pirandello), molto avrebbero potuto dare ancora alla letteratura, ma sicuramente lasciarono una eredità immensa e soprattutto di grande attualità. Fino all’ultimo furono impegnati a scrivere. All’indomani della morte di Sciascia uscì “Una storia semplice”, mentre Pirandello, ammalatosi di polmonite mentre assisteva alle riprese del film Il fu Mattia Pascal, di cui aveva scritto la sceneggiatura, sul letto di morte tracciava al figlio Stefano lo schema del terzo atto del mito I giganti della montagna, rimasto incompiuto. Un esempio più unico che raro di cosa significhi la scrittura per letterati d’eccezionale spessore. Pirandello diceva che “la vita o si vive o si scrive” e Sciascia mentre scriveva affermava di trovarsi sempre “in stato di grazia”.

 

IL FUOCO E LA RAGIONE

 Il fuoco e la ragione, saggio su Pirandello e Sciascia

La scrittura del mio saggio “Il fuoco e la ragione” ha del casuale e del provvidenziale.

Doveva essere inizialmente una semplice conferenza su Pirandello e Sciascia, una lezione da tenere agli studenti del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Saint Andrews, la più antica di Scozia. Ma mi accorsi subito, approfondendo alcune tematiche, che l’argomento si prestava moltissimo a sviluppare il legame a filo doppio tra l’arte pirandelliana, magmatica ed esplosiva, e la ragione dell’illuminista Sciascia, trattati come padre e figlio. Sciascia è eccelso, ma non ha il fuoco di Pirandello. Egli lo sapeva, ma proprio questo fuoco diede linfa alla forza e alla saggezza del suo ragionamento. Non c’è opera di Sciascia che non abbia un riferimento a Pirandello: Pirandello è stato il suo terreno di coltura e di cultura. “Pirandello e il pirandellismo” fu l’opera di Sciascia scritta ex professo per vincere il Premio Pirandello, che gli diede il salvacondotto nell’agone critico-letterario. Ma già nelle Parrocchie di Regalpetra, sua opera più grande, c’è tanto Pirandello. Scrisse ancora “Pirandello e la Sicilia” e “Alfabeto pirandelliano”, dove evidenti appaiono i rimandi. Lungo sarebbe elencare i richiami, piccoli e grandi, all’arte pirandelliana disseminati in tutta la vasta produzione letteraria di Leonardo Sciascia. Ma non per questo si può affermare che vi siano plagi o contaminazioni. Si tratta di due grandissimi autori, così simili e così diversi, che continuano ad offrirci spunti di riflessione memorabili e a fornisci ampi squarci per renderci effettivo conto della società attuale.

Ma la cosa più bella è che, proprio nell’anno del ventennale della morte di Sciascia, il mio saggio “Il fuoco e la ragione” ha ottenuto due primi premi per la sezione saggistica:

-          il Premio Francesco da Paullo (Lago Gerundo) conseguito nella cittadina della cintura milanese il 3 ottobre scorso;

-          il Premio Culturale “Alessio di Giovanni” della città di Cianciana (Agrigento), che sarà conferito dall’omonima Fondazione Alessio di Giovanni.

Il modo più bello – provvidenziale - per celebrare il ventennale della morte di Leonardo Sciascia e il rapporto unico, incredibile, stupendo che intercorre tra i due scrittori agrigentini, padre e figlio letterari.

 

 

 

 

 

 


giovedì, 24 settembre 2009

GIORNI DI SCUOLA

 

PIRANDELLO, DOCENTE PRECARIO

Luigi Pirandello, conferenza sulla poesia

I problemi della scuola sono vecchi quanto il mondo (o quasi). Anche il Premio Nobel, Luigi Pirandello, dovette penare per ottenere il posto di ruolo per l’insegnamento di Linguistica e Stilistica al Regio Magistero Femminile di Roma. L’incarico iniziale gli fu affidato il 15 aprile del 1898 con lo stipendio iniziale di 1.200 lire annue.

 

“Dal 15 dello scorso mese insegno all’Istituto Superiore di Magistero e tutto il tempo mi è tolto dalla preparazione a questo insegnamento. La preparazione consiste sull’argomento e sulla coordinazione delle idee; nel disporre cioè e nel dividere la materia dei miei studii in tante lezioni:  fatica nojosissima e mal ricompensata. Insegno, nel primo corso la lirica; nel secondo, l’epica. Il guajo è che m’è capitato d’intraprendere questo corso di lezioni a metà d’anno, quando cioè una buona parte del programma è stata svolta dal professore che teneva il posto prima di me. Sarò men gravato l’anno venturo”  (Lettera alla sorella Lina del 4 maggio 1898)

 

L’insegnamento diventa sempre più gravoso, poco remunerativo e senza possibilità di una bella pausa estiva:

 

“Avrete appreso dai giornali che il Baccelli è ritornato al Ministero della Pubblica Istruzione. Il Mantica, nominato segretario particolare, ha rovesciato su le mie povere spalle tutto il peso dell’insegnamento della Stilistica e dell’Estetica nei 4 corsi dell’Istituto Superiore per l’anno venturo; e intanto il peso degli esami finali e di diploma.” (Lettera del 2 luglio 1898)

 

E’ una continua lamentela della tirannia del tempo sottratto all’arte:

 

“La scuola mi ruba il miglior tempo; quel po’ che me ne resta, lo passo a pensare a tutto quello che avrei da fare e non fo, perché di qua e di là tirato da tanti progetti.”

(Lettera del 13.XI.99)

 

Ma la sua posizione, malgrado l’impegno gravoso, rimane sempre precaria:

 

“La mia posizione all’Istituto è ancora campata in aria e non si trova neppur modo di darmi le £. 1.000 per la supplenza, senza le quali non posso partire.” (Lettera del luglio ‘900)

 

La sua diventa una posizione straordinaria, ma non di ruolo, nel 1902 che gli frutta l’aumento dello stipendio a £. 2.400. Ma sono davvero poche per le sue esigenze a Roma, nella città più cara del Regno e con i problemi della malattia della moglie, cui si aggiunge il tracollo economico nel 1903 del padre, a causa di una frana che allaga la zolfara di Aragona da lui gestita.

Sarà il suocero a passare il mensile ai coniugi Pirandello, perché il padre ormai era letteralmente sul lastrico.

Soltanto nel 1908, grazie al saggio L’umorismo, Luigi Pirandello ottiene il posto di ruolo al Magistero e una situazione economica migliore, anche grazie agli introiti per le collaborazioni a riviste e giornali.

Dopo la morte del suocero, avvenuta nel 1909, la moglie eredita una vera fortuna, che consentirà a Pirandello di affrancarsi definitivamente dai bisogni materiali. Ma è un Pirandello provato dalla vita, ancora non completamente affermato e con il grave problema della pazzia della moglie. La precarietà del secolo e quella della vita personale e d’artista influiranno in maniera evidente su tutta la sua produzione letteraria.

 

 

SCIASCIA, MAESTRO STANCO

 

Leonardo SciasciaNel 1949 Leonardo Sciascia diventa maestro elementare a Racalmuto, finirà d’insegnare nell’anno scolastico 1957-58, durante il quale viene distaccato al Ministero della Pubblica Istruzione. Non amava insegnare, lo scrittore: troppo cruda la realtà scolastica del suo paese, come testimoniano Le cronache scolastiche de Le Parrocchie di Regalpetra, uscite sul n. 12 (gennaio-febbraio) di “Nuovi argomenti”.

 

“Legato al remo della scuola; battere, battere come in un sogno in cui è l’incubo di una disperata immobilità, della impossibile fuga. Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che, standone fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un po’ di soddisfazione potrei cavarla da questo mestiere d’insegnare. Qui, in un remoto paese della Sicilia, entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie.”

 

Sciascia racconta impietosamente la realtà scolastica del suo paese, la sua povertà, la fame, il problema del pane.

 

“Da sei anni, da quando ho incominciato a insegnare, mi pare di avere sempre la stessa classe, gli stessi ragazzi. Il fatto più vero, di là delle scolastiche valutazioni, è che non una classe di asini o di ripetenti mi tocca ogni anno, ma una classe di poveri, la parte più povera della popolazione scolastica, di una povertà stagnante e disperata. I più poveri di un paese povero.”

 

Il distacco tra le istituzioni e gli studenti è profondo:

 

“…il provveditore vuol discutere i problemi della scuola, e i problemi sarebbero quelli della radio, del cinema. Sarebbe imperdonabile far notare che qui c’è il problema del pane. Che c’entra il pane con la scuola? Parliamo della radio. Parliamo del cinema…”

 

Quando escono “Le cronache”, Sciascia riceve  il consenso dei colleghi siciliani, perché tutto quello che aveva scritto era vero e aveva avuto il coraggio di scriverlo. In certi posti c’era addirittura di peggio.

 

“I ragazzi vogliono cose che conoscono, di cui partecipano, e tutti i libri che corrono per le scuole sono sbagliati, se ne infischiano i ragazzi di Stellinadoro e del fiore che nacque dal bacio della Madonna e dei rondinini che chiamano mamma dentro il nido.”

 

Tanta acqua è passata sotto i ponti dagli anni difficili che precedettero e seguirono la seconda guerra mondiale. Tuttavia ancora oggi, nel terzo millennio, tanti problemi scolastici - troppi -  rimangono sul tappeto e alimentano disaffezione, come ai tempi di Sciascia:

 

“Pochi sono i ragazzi che mi s’affezionano, e benché ne senta il disagio io so che non c’è ragione perché in loro nasca un sentimento d’affetto, io sono lontano da loro come le cose che insegno, come la lingua che parlano i libri, e mi pagano per insegnare cose che a loro non servono, e se ne stanno chiusi dentro una stanza, seduti nei banchi a leggere e scrivere.”

postato da: ubaldoriccobono alle ore 11:11 | link | commenti (8)
categorie: letteratura, scuola, università, pirandello, sciascia
mercoledì, 16 settembre 2009

Luigi PirandelloPIRANDELLO EMIGRANTE

 

120 anni fa, Luigi Pirandello fu costretto ad emigrare a Bonn, dove s’iscrisse alla locale Università per conseguire la laurea in filologia romanza. Eventi contingenti lo costrinsero, ma è chiaro che il cambio di sede dall’Università di Roma a quella di Bonn fu vissuto dal Premio Nobel come una vera e propria emigrazione, come si evince dalla lettera del 20 settembre 1889 da Porto Empedocle, scritta alla sorella Lina e al cognato Calogero:

 

“Ahimè, senza voi, come è parsa a me, rediente, diversa questa povera casa! E come ancor più mesta e muta io la lascerò tra pochi giorni! Via – via, i tristi pensieri…”

 

Dopo una breve sosta a Cavallasca (Como), ospite dei Corti, amici di famiglia, eccolo a Bonn, appena arrivato, a scrivere (10 ottobre) ai genitori con le titubanze e l’angoscia dell’emigrante:

 Il reno nei pressi di Bonn

Abitazione di Pirandello a BonnUniversità di Bonn

Pirandello giovane a Roma “Amatissimi miei,

ho ancora le orecchie intronate dal continuo monotono romor del treno, e parmi ogni cosa mi giri in torno con larghe volute e traballi.

Vi descriverò confusamente, come mi è dato nella condizione presente del mio spirito, il lungo viaggio.

Lasciai Como e Cavallasca con pena, sia per le gentilezze prodigatemi dalle famiglie Corti e Butti, sia perché là ero ancora in terra d’Italia, e lasciarla mi rincresceva. Ebbi la breve illusione d’un’immensa pace in quei piani benedetti della Lombardia; ma venne presto a svegliarmi l’alba del giorno fissato per la partenza.

Un giorno, una notte e un giorno ancora in ferrovia!

Lungo la via ferrata, al vento che il treno volando suscitava, gli alberi si torcevano, fischiavano in furia, e pareva che mi dicessero:

Torna, torna indietro, folle! Torna a chi t’ama, torna a chi soffre per te! E intanto, come fide scorte, correvano, s’affannavano lungo le lamine di ferro, dietro l’impavido mostro sbuffante, i pali del telegrafo sorreggenti alla mia destra e alla mia sinistra le ultime, le ultime fila, che mi legassero ancora alla patria man mano sempre più lontana…

O cari miei, cari miei, voi non potrete mai immaginare quanto bene m’abbiate fatto col farmi trovar qui queste vostre lettere. Quanto siamo lontani – e quanto, quanto deve correre una povera lettera nostra per recarci un’ora di dolcissima gioia!

 

Leonardo SciasciaNe La Corda Pazza, Note pirandelliane (tra Girgenti e Bonn), Leonardo Sciascia descrive l’incidente che portò Luigi Pirandello ad andarsene in Germania:

 

“Pirandello seguiva i corsi della facoltà di lettere romana, dove insegnava letteratura latina Onorato Occioni, che era anche rettore magnifico. D’Annunzio, che otto anni prima di Pirandello aveva seguito i corsi dell’Occioni, da vecchio ancora ne ricordava il “magistero canoro”. E da parte sua, il maestro pare prediligesse l’allievo non meno canoro, chiamandolo a declamare Orazio in aula. Pirandello non sopportava invece lezioni tanto canore nella forma quanto mediocri nella sostanza; e si può dire che sotto la barba di Onorato Occioni, sul suo “magistero canoro”, vediamo già esplodere le prime differenze tra D’Annunzio scrittore di parole e Pirandello scrittore di cose.

“L’Occioni traduceva il Miles Gloriosus di Plauto – racconta Giudice – e gli venne fatto, un giorno, di sbagliare. Se ne accorse, non a tempo, e, senza destrezza, tentò di riparare, ma l’errore era irrimediabile. Pirandello era seduto nel primo banco accanto a un giovane prete che s’intendeva di latino: all’incidente del professore, i due si diedero di gomito. Il prete non trattenne il sorriso, e l’Occioni divenne furioso. Si buttò su di lui e lo coprì di vituperi, attento però a non scoprire la vera ragione della sfuriata. Pirandello non resse più e, levatosi in piedi, spiattellò al pubblico presente i reali motivi di quella rabbia. Dopo di che s’allontanò con sussiego dall’aula, senza potervi più rimettere piede. L’Occioni infatti, grazie alla sua autorità di rettore, riunì per direttissima i professori della facoltà e Pirandello, deferito al consiglio di disciplina, dovette abbandonare l’università”

Da questo incidente venne dunque la decisione di Pirandello di trasferirsi in Germania per completare i suoi studi; ed Ernesto Monaci, che a quanto sappiamo era il solo professore della facoltà di lettere romana che apprezzasse il giovane Pirandello, gli consigliò l’università di Bonn, dove la cattedra di filologia romanza, fondata dal Diez, era tenuta dal suo amico Foerster.”

 

Però la nostalgia di Roma in Luigi Pirandello esplode quasi subito, nella lettera del 17 novembre alla sorella Lina:

 

“Era di Roma che io ti parlavo; e là conto di fermar la mia stanza per sempre, se pure i casi non mi verranno contrari. Io voglio il Sole, io voglio la luce, e qui non si vedono mai né l’uno né l’altra; qui i giorni s’estinguono come tramonti continui.”

 

Eppure, circa un mese dopo, in una lettera indirizzata alla sorella e al cognato, sembra aver cambiato avviso:

 

“Io vi comunico, miei Cari, che in Aprile sarò Dottore in Filologia romanza, e che appena ottenuta la laurea e il titolo passerò ad insegnare Lettere italiane in questa università di Bonn, con emolumento annuo di circa 4 mila lire italiane, suscettibili d’illimitato aumento, oltre il provento delle iscrizioni al mio corso e un’indennità d’alloggio. Di ciò vado debitore al professor Foerster, del quale, non so perché, mi son cattivata tutta la simpatia.”

 

A BonnIl professor Foerster, che vorrebbe fare dell’allievo “un filologo moderno”, l’ha preso a benvolere, invogliandolo allo studio delle Parlate greco-sicule e della Parlata della provincia di Girgenti, probabilmente un unico lavoro.  

Nell’assiduo epistolario da Bonn, il giovane e mai domo Pirandello dimostra anche la sua vitalità poetica, inviando alla famiglia numerose “elegie boreali”.

Nel gennaio del 1890 , al Beethoven Halle di Bonn, dove s’inaugurava il carnevale con un gran ballo in maschera, conosce Jenny Lander, la fidanzata tedesca che gli ispirerà il poema Pasqua di Gea, a lei dedicato.

Jenny Schultz Lander Jenny Schultz Lander

Luigi Pirandello, tesi di laureaAd aprile consegue la laurea con la tesi Laute und Lautentwickelung der Mundart von Girgenti.

E’ un periodo d’attività febbrile e di studi intensi della letteratura (Heine, Goethe, Lenau) e della filosofia tedesca, ma non mancano i dubbi nel suo animo: l’incertezza del fidanzamento con la cugina Lina, l’amore senza avvenire per Jenny, l’amletismo di rimanere a Bonn o di tornare a Roma.

Ma l’Arte è l’unico fine della sua vita:

 

“Qualche notte, di tanto in tanto, vinto dall’estro, scrivo qualche elegia boreale, e questa è l’unica mia consolazione. Sia benedetta quest’ultima illusione che mi rimane, l’Arte, Annetta mia! Solo pensando a Lei mi sento vivo, e son lieto di consacrare a Lei momentanea fiamma d’ogni mio risorgimento.” (Lettera alla sorella Annetta del 22 marzo 1890)

 

Vincenzo Sciamè, Il fu Mattia PascalE’ a Bonn, tra le sofferenze, i dubbi, le incomprensioni con i familiari e le donne che ama, che avviene la maturazione artistica di Pirandello e la sua piena consapevolezza. Le incertezze affettive, il male di vivere dei tempi forgiarono il suo carattere. Nel suo cuore c’è posto solo per l’Arte; non c’è spazio per la cugina Linuccia, per la fidanzata tedesca Jenny, per la città di Bonn, che imparato ad amare profondamente, per Girgenti dove vivono i suoi genitori.

Tutti devono prendere atto alla lunga della sua scelta dolorosa, ma necessaria, di ritornare a Roma a fare l’artista. E’ nelle brume del nord che l’emigrato Pirandello, come il suo emulo personaggio Mattia Pascal, trova la sua strada definitiva, quantunque questa divaricazione dell’anima, tra essere e dover essere, se la sia portata sempre appresso come macrosegno della sua scrittura.

 

 

postato da: ubaldoriccobono alle ore 18:39 | link | commenti (12)
categorie: cultura, letteratura, università, pirandello, sciascia, bonn
lunedì, 10 agosto 2009

NOTTE DI SAN LORENZO

PIRANDELLO E SCIASCIA  E L’ETERNO

 Notte di San Lorenzo

Guardare le stelle e pensare l’eterno. E’ questo il filo logico della notte di San Lorenzo, con la riscoperta del cielo stellato che esercita un fascino particolare sull’immaginario collettivo di tutti i popoli?

Leonardo SciasciaEppure Leonardo Sciascia - un religioso Leonardo Sciascia - evidenziò l’instaurarsi, nel Secolo Breve, del deterioramento del valore dell’eternità, con l’uomo ripiegato a guardare le cose della Terra e a non mirare alle altezze:

 

“Adoriamo le cose al posto di Dio dell’universo dell’amore. Le vetrine sono il nostro firmamento, gli armadi a muro e le cucine americane contengono l’universo. Le cucine in cui non si cucina, abitate dal Dio dei caroselli televisivi… Mio padre, che era un piccolo borghese, passò tutta la vita in case d’affitto, senza mai sentire l’esigenza di possederne una. Oggi non c’è rivoluzionario che non voglia essere proprietario della casa in cui abita; che non si getti nei debiti, nei mutui venticinquennali, per il possesso di una casa. L’idea dell’eternità, l’idea dell’inferno, si sono contratte nei mutui bancari venticinquennali. Sono le banche che amministrano la metafisica”  (Leonardo Sciascia, Gioco di Società, da Il mare colore del vino)

 

Erano il consumismo che andava corrodendo la visione filosofica della vita, il tramonto delle ideologie e il radicarsi di una umanità votata all’esaltazione della tecnica e dell’economia. Da qui la conseguenza dell’irrazionalità dell’evo contemporaneo, delle nuove schiavitù che incatenano l’uomo alla contingenza e alla materialità.

Luigi Pirandello aveva letterariamente ben descritto lo iato immanente nella coscienza dell’uomo del novecento, diviso tra la percezione della sua finitezza - e piccolezza – e l’aspirazione all’eterno, di cui si sente portatore.

 

Luigi Pirandello“Se costantemente ci ricordassimo di ciò che la scienza astronomica ci ha insegnato, l’infimo, quasi incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa nell’universo…

Lo so; c’è anche la malinconia dei filosofi che ammettono, sì, piccola la terra, ma non piccola intanto l’anima nostra,  se può concepire l’infinita grandezza dell’universo.

Già. Chi l’ha detto? Biagio Pascal.

Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza dell’uomo, allora, se mai, è solo a patto d’intendere, di fronte a quell’infinita grandezza dell’universo, la sua infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si sente piccolissimo, l’uomo, e non mai così piccolo come quando si sente grande.

E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle del cielo. E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni pubblica o privata calamità, guardare in su e pensare che dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?” (Luigi Pirandello, Rimedio: la geografia, novella)

 

E questa grandezza infinita dell’anima umana viene ribadita da Leonardo Sciascia, sulla stessa lunghezza d’onda di Pirandello, citando proprio Biagio Pascal:

 

“Una delle più grandi menti che siano mai state toccate dalla Grazia, disse che un uomo può essere ucciso da qualunque cosa: una goccia d’acqua può farlo morire soffocato, un qualsiasi oggetto scagliato con violenza può fulminarlo: ma comunque e sempre l’uomo è più nobile di tutto quel che può ucciderlo dal di dentro. Questo è il mistero: immenso, adorabile. E si rivela soltanto nel Cristo…” (Leonardo Sciascia, Recitazione della controversia liparitana, commedia)

 

Per Pirandello e Sciascia l’uomo può scoprire la sua infinità soltanto riconoscendo i suoi limiti e la sua piccolezza. Allora soltanto potrà riacquistare tutta la sua umanità e riappropriarsi dell’eterno, in una visione filosofica superiore che gli può fare superare le miserie e le angosce della vita, così come pensa il Berecche pirandelliano, nella contemplazione delle stelle:

 Vincenzo Sciamè, L

“E’ la ragione filosofica, che pian piano, come si fa sera, riprende in lui il predominio.

Berecche si alza, s’appressa alla finestra più vicina, siede e si mette a guardare le stelle.

La vede per gli spazi senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazi di cui non si sa la fine. Va, granellino infimo, gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume  i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che da quel granellino lì chiedono sul serio di potere dettare legge a tutto quanto l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono  a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche dei loro affari più tristi, nelle loro stolide guerre. Se  nel cielo si sapesse, che in quest’ora  del tempo che non ha fine milioni e milioni d’esseri impercettibili, in questo striscio di tenue barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri.  C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? Che tutto s’inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine? E che su questo stesso granellino, domani tra mille anni, non sarà più nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch’ora ci sembra immane e formidabile?” (Luigi Pirandello, Berecche e la guerra, novella)

 

Dante AlighieriDalle miserie del mondo, dalle guerre fratricide, dall’intolleranza, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ci si eleva guardando in alto, come disse il Divin Poeta, all'uscita dall'Inferno:

 

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

 

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXXIV, 139)

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categorie: letteratura, stelle, dante, pirandello, sciascia, san lorenzo
domenica, 26 luglio 2009

Luigi Pirandello RICORDO DI PIPPO MONTALBANO

ATTORE PIRANDELLIANO

 

Quando tu nascesti, tutti sorridevano,

                       solamente tu piangevi…

                                   Fa’ si che quando morirai, tutti

piangano e solamente tu sorrida

                                     (Anonimo Arabo)

Esergo di “A schiticchiata di Firticchiuni”

 Pippo Montalbano 2007, Premio Sikelè

Con la presentazione agli amici, ai colleghi di lavoro e di teatro, e ai suoi estimatori, della sua composizione “A schiticchiata di Firticchiuni” liberamente ispirata e tratta da “U schiticchiu” di Vincenzo Licata, pubblicazione curata dal figlio Salvatore, è stato ricordato nei giorni scorsi in maniera semplice e antiretorica l’attore agrigentino Pippo Montalbano - una vita intera la sua dedicata al teatro.

Non è facile tracciare il ricordo di Pippo Montalbano, in special modo a chi - come me - ha avuto la fortuna d’incontrarlo e di esserne stato a più riprese beneficato.

Il mio primo incontro è stato all’INPS di Agrigento, dove ho lavorato tre anni, dal marzo ’70 al febbraio ’73, mentre Pippo Montalbano vi prestava servizio già da due anni.

Pippo Montalbano, attore, 1970Conoscevo molto bene le sue doti di attore di teatro, grande interprete di commedie di Pirandello, ma subito mi colpì quel suo modo di essere naturale nella vita, così come sulla scena: umorista per vocazione e generoso per carattere. Sembrava che Pirandello avesse scritto le commedie Liolà e Il Berretto a sonagli principalmente – proprio per lui. Nelle brevi pause lavorative, nel bar interno dell’INPS, Pippo Montalbano riusciva a sciorinare continue battute con immediatezza, dando estemporaneamente piccoli saggi di recitazione. Non erano digressioni a buon mercato, ma citazioni che avevano un senso di vita. Era la sua ricchissima umanità che traboccava sul lavoro, sulla scena, nella vita privata. Era un uomo di grande coerenza, un umile ma entusiasta Liolà in ogni occasione:

 

Non m’importa di nulla: so recitare

È mia tutta la terra e tutto il mare…

 

Mi sia passata la licenza di aver adattato i due versi del Liolà di Pirandello, sostituendo “cantare” con “recitare”, ma posso testimoniare – e con me lo potrebbero fare in tanti – che i due versi rispecchiano perfettamente il modo di essere e la gioia di recitare di Pippo Montalbano.

E con quanto sentimento l’avevo visto interpretare alla Settimana Pirandelliana il personaggio di Ciampa nel Berretto a sonagli, lui che per la sua creatura, La settimana Pirandelliana appunto, s’era sempre battuto strenuamente e, specialmente negli ultimi tempi, aveva dovuto subire non poche delusioni, per l’ interruzione della rassegna, che prima s’era tenuta regolarmente per molti lustri, anno dopo anno, con grande successo davanti alla casa Natale di Pirandello, splendido scenario naturale per le commedie pirandelliane:

 

“La cassa dell’uomo, signora, comporterebbe di vivere, non cento, ma duecent’anni! Sono i bocconi amari, le ingiustizie, le infamie, le prepotenze, che ci tocca d’ingozzare, che c’infràcidano lo stomaco! Il non poter sfogare, signora! Il non potere aprire la valvola della pazzia!” (Luigi Pirandello, Il berretto a sonagli, commedia)

 

Ma il suo grande cuore, la generosità verso gli altri, gli facevano superare le contraddizioni della vita, e il suo insegnamento dalla scena emergeva sempre e in ogni occasione genuino, così come del resto il suo modo di pensare, che possiamo riassumere negli ultimi versi della sua composizione “La schiticchiata di Firticchiuni”

 Pubblicazione di Pippo Montalbano

E lu penzu e dicu ca tuttu ‘u munnu sanu

avissi bisognu di un tempu stabilitu

ca si verificassi chistu purtentu arcanu:

ch’è chiddu di stari l’unu cu l’autru unitu,

senza ‘mmidia, gelosia, ma dànnusi ‘a manu;

fari di l’amuri regula prima e ritu.

Tantu… ‘a la fini di tutt’a salita

Chi ‘nni rimani chiù di la nostra vita?

 Pensionamento di Pippo Montalbano

Un poemetto giocoso, umoristico il suo, scritto per il suo pensionamento dall’INPS e per quello dei colleghi, Mimma Fiorino, Angela Restivo e Totò Vella, e intonato alla grande festa con una grande mangiata che ne era scaturita nell’ottobre del 2004. La sua composizione è un elogio al vino e al godimento del momento nell’abbondanza, a guisa di tante opere pirandelliane, dove vien fuori lo schietto modo di essere del popolo; ne  La giara, ad esempio:

 

“Zi’ Dima pensò di far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi, rimanevano a passare la notte in campagna, all’aperto, su l’aja. Uno andò a far le spese in una taverna lì presso. A farlo apposta, c’era la luna che pareva fosse raggiornato.

A una cert’ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d’inferno. S’affacciò a un  balcone della cascina e vide su l’aja, sotto la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola…” (Luigi Pirandello, La giara, novella)

 

Oppure nel contrasto tra vita e morte della novella Sole e ombra, dove Ciunna, cassiere del magazzino generale dei tabacchi, che ha deciso di suicidarsi per non subire l’onta dell’arresto per essere stato costretto a rubare 2.700 lire per amore del figlio, disoccupato con cinque figli, vive una giornata godereccia e riesce a rinviare la fatale decisione:

 

La sala da pranzo s’era riempita d’una ventina d’amici del Ciunna e dell’Imbrò e gli altri avventori della trattoria si erano messi a desinare insieme, formando così una gran tavolata, allegra prima, poi a mano a mano più rumorosa: risa, urli, brindisi per burla, baccano d’inferno. (Luigi Pirandello, Sole e ombra, novella)

 

Ma il poemetto dialettale di Pippo Montalbano vuol essere un’occasione anche per qualche riflessione storica, pur in momenti giocondi, allietati dal sincero vino siciliano:

 

“Calibardi, s’avissi avutu scienza”

dissi, tuttu arrabbiatu, Lillu Penninu

“quannu sbarcà a Marsala, ‘na dispensa

s’avia accattari e vinniri lu vinu.

Cu st’Italia unita, n’cunfidenza,

ci sunnu sempri sciarri di continû.

Siddu s’avissi dda domiciliatu,

astura ognunu fussi sistimatu.

Ammeci lassà Marsala e lu vinu,

li sordi suli di Palermu si purtà.

Spuglià parrini, ricchi e pupulinu

e li sordi a Cavurru ‘l cunzignà.

‘Nzumma: nni cangià la vita e distino

picchì chistu bon vinu unn’assapurà.

‘U nostru stemma, a ditta di tutti,

‘a st’ura fussi ‘na putenti vutti.

 

PROFETA IN PATRIA

APPREZZATO DOVUNQUE

Pippo Montalbano, Nino Bellomo, Giovanni MoscatoUn attore non è amato soltanto per quello che recita e per come sa renderlo sulla scena. Un vero attore va amato oltre la sua professionalità: per quello che sa esprimere nella vita di relazione. Pippo Montalbano era l’uno e l’altro. Il suo stigma era l’umiltà, che non vuol dire modestia, ma che significa essere sempre se stesso, alla portata di tutti, popolare, senza orpelli, apparenze o nascondimenti. Anche nella recitazione dei brani per la presentazione di libri in sede locale teneva ad andare agli appuntamenti già preparato e non si negava a nessuno o declinava impegni. Una serietà la sua che è una caratteristica degli attori agrigentini.

Brani teatrali del mio romanzo “Una contrada chiamata Consolida”, di cui fa parte integrante un piccolo dramma “Falaride”, hanno avuto la fortuna nel novembre del 2004 di essere stati recitati da attori agrigentini: Pippo Montalbano, Nino Bellomo, Giovanni Moscato, Lia Rocco. Grazie a loro la sala Zeus del Palacongressi di Agrigento si riempì di oltre 200 spettatori, venuti ad ascoltarli. Mi è rimasta scolpita nel cuore la recitazione finale di Pippo Montalbano, nei panni di Falaride:

 

FALARIDE: (irato) Appare strano, o cittadini, come uno straniero voglia subornare voi giudici e venga ad intentare un processo alla mia persona senza averne l’autorità, trasformandolo in una tracotante accusa ed esautorandomi nella facoltà di decidere, ed esautorando il popolo stesso, da me delegato a giudicare secondo discrezione.

Ciò è oltraggio alle leggi, scritte e non scritte, divine e umane.

E poi quale sarebbe la mia colpa?

Quella di avere fatto grande e ricca una città?

Molti errori del passato sono stati riparati, ad altri si potrà porre rimedio.

Il mio primo ministro è uomo di talento, giusto e timorato: voi ne avete apprezzato già i pregi.

Non incorrete nell’errore della mia piccola isola, che anzitempo mi mandò in esilio ed oggi si pente di averlo fatto. Queste che io vi leggerò (tira fuori un messaggio) sono le parole di un cittadino di Astifalea che, dopo tanti anni di governo aristocratico, si continua a dolere della sua esistenza. Volete anche voi cadere in quest’inganno?

 

Legge recitando:

 

Maledetto paese

Lontano dalla civiltà,

tagliato fuori dal mondo intero!

Esecrabile è l’esistenza

In questa terra mediocre

Grigia

Senza orgoglio di patrie memorie

E di tradizioni

Senza stimolo di immaginazioni

O conforto di sognanti abbandoni…

 

Falaride viene interrotto da un improvviso volo di colombi. Guarda in alto e tutti l’imitano. Pitagora ne approfitta per prendere la parola.

 

PITAGORA: (puntando l’indice verso l’alto) Popolo di Akragas, guarda come una grande moltitudine di uccelli viene inseguita da un nibbio solitario! Basterebbe che i colombi avessero più animo per volgere in fuga il prepotente. Cosa può fare un uomo solo contro la coalizione di molti? Suvvia! Questo è il momento opportuno per liberarsi dalla tirannide (agita il pugno verso il tiranno, il popolo grida “morte al tiranno”).

 

Telemaco lancia un sasso verso Falaride, imitato dai popolani. La sassaiola si fa più fitta…

 

FALARIDE: (cercando inutilmente di parare i colpi con un braccio) Muoio! Morire ora… così… sulla pubblica piazza è una stoltezza, che tu, o popolo, pagherai a caro prezzo (cade).

 

La grande dote di Pippo Montalbano?

Rendeva grandi anche le cose piccole. Era il suo stile, la sua natura, quello di recitare sempre, in ogni luogo, per grazia ricevuta.

 

L’ULTIMO RECITAL

 Ultima recita di Montalbano

L’ultima recita di Pippo Montalbano è stata il 14 febbraio di quest’anno a Favara, nel recital tra musica e poesia “Viaggio nel mondo dei sentimenti”, organizzato dall’Associazione Culturale “Il libero canto di Calliope”, presieduto dalla poetessa Liliana Arrigo.

Fu felice di recitare dei brani di un mio racconto su un amore giovanile di Luigi Pirandello. Purtroppo, chiamato da impegni inderogabili fuori sede, non fui in grado di partecipare a quella grande manifestazione di amicizia, di signorilità, di disponibilità, che Pippo Montalbano mi tributò, con lo stesso impareggiabile spirito con il quale riusciva sempre a gratificare gli agrigentini che ne ammiravano la sua bravura.

 

La prima infatuazione di Luigi Pirandello a quindici anni

 

(brani dal racconto In famiglia, di Ubaldo Riccobono)

 

 

Jenny Schultz Lander Dieci anni aveva Giovanna; ma fanciulla in pieno rigoglio, ne dimostrava almeno quindici. E bella era, anzi bellissima, leggiadra come una piccola dea, con le treccine nere e gli occhi grandi di Madonna. Luigi l’incontrava spesso sul portone di casa, o per la via, sempre accompagnata dal padre oppure dalla madre, o a volte dalla sorella maggiore; e quelle sue labbra di corallo e gli occhi sfavillanti gli facevano sognare i primi baci d’amore e in segreto lo facevano smaniare. Quando Giovanna passava, i loro sguardi s’incrociavano per un attimo ed egli, alla sua vista, si sentiva rimescolare e borbottava un saluto sommesso e precipitoso, arrossendo sin nel bianco degli occhi.

Chiuso nella sua cameretta a studiare, di pomeriggio, se ne stava lungamente a meditare e i suoi pensieri volavano subito a lei, che stava al piano di sopra. Era una malia: possibile che una bambina di appena dieci anni potesse destargli quei sentimenti?

Avrebbe voluto vederla, parlarle a lungo, farla sorridere allegramente, come quando la sorprendeva per strada in conversazioni fitte fitte e innocenti coi familiari, ilare e disincantata. A costo di apparirle stupido, quante parole tenere le avrebbe sussurrato, se avesse avuto la fortuna di starle vicino per qualche momento.

 

Luigi fu al settimo cielo perché Giovanna ora scendeva spesso a trovare la sorella Annetta e, se avesse voluto, egli avrebbe potuto vederla in qualsiasi momento. Ma era stranamente ritroso: forse l’età di lei lo intimidiva,  o forse temeva di mancare di delicatezza nel rivolgerle la parola, perché intuiva che le ragazze era abili a leggere perfino nei meandri del cuore. Le rare volte che entrava, con il cuore in tumulto, nella stanza delle sorelle, quella visione angelica della fanciulla, che gli si rivolgeva con un meraviglioso sorriso, gli destava un desiderio impetuoso e folle di baciarla.

 

L’idillio sbocciò improvviso: era un giorno tiepido di primavera e Luigi s’era messo a studiare sul balconcino. Ogni tanto distoglieva lo sguardo dal libro che stava leggendo e, mettendo un dito per segno tra pagina e pagina, volgeva lo sguardo verso l’alto, al balconcino della stanzetta di Giovanna. Lei, quel giorno, apparve, celestiale visione, e sporgendosi gli rivolse per la prima volta la parola.

Pur potendo parlare a piacimento, i loro furono dialoghi timidi, frasi spezzate, discorsi indeterminati. Quando rimaneva solo, Luigi si diceva ch’era uno stupido: avrebbe potuto dirle tante cose. Dirle ad esempio che le voleva bene. Ma sempre, quand’era il momento, credeva di compromettersi troppo con parole definitive, serie, da grandi, che forse riteneva false; e desisteva. Era diventato un gioco tra loro, che si parlavano solo al balcone e mai

allorchè la fanciulla scendeva a trovare Annetta. E come in un gioco, a Luigi venne l’idea di mandarle dei messaggi, nei quali poterle esprimere i suoi sentimenti. La prima volta, scrisse un breve pensiero su un foglio di carta, lo avvolse ad un piccolo sasso e, con timore e mille titubanze, lo lanciò nel balcone di sopra.

 

Luigi cominciò a tempestarla di biglietti, sempre più coraggiosi; lei, sì, stava al gioco, ma si mostrava sempre la stessa, indecifrabile. Un giorno che s’era sporto più del dovuto per lanciare un biglietto, Luigi rischiò di cadere di sotto. Riuscì ad aggrapparsi all’inferriata all’ultimo momento, ma per fortuna se l’era cavata con un dente scheggiato.

Rientrato stanco dal lavoro, il padre, messo al corrente dell’accaduto, si arrabbiò. I biasimi del padre misero fine alla corrispondenza amorosa: pochi mesi più tardi, la famiglia di Giovanna andò a vivere in una città del nord, dove il padre era stato trasferito.

 

DEDICHE ALL’ATTORE

 

Nino Agnello, poeta, scrittore, saggistaGrande Finale

di Nino Agnello

 

Voce gesto corpo

Grido d’anima che se ne va

dietro le quinte di palcoscenico astrale.

 

Noi qui, astanti smarriti,

pronti a recitare l’ultimo atto

del suo capolavoro - la vita vissuta –

appena ricompare in punta di piedi

il regista, lui

l’eterno Liolà della Valle.

 

Siamo già coro compatto all’applauso,

al grande finale che l’incoroni

Maestro del dramma

che resta tutto per noi.

 

Lodi

a lui che ci precede,

a noi

il rimpianto dell’incompiuta

ultima cena in comune.

 

Università St.Andrews (Scozia) Lezione Sulla scena vuota

 di Ubaldo Riccobono

 

Sulla scena vuota

- dove parole erompevano

ed erano applausi

dalla platea formicolante -

la recitazione è conclusa.

 

In un’eco sonora

soltanto il ricordo

può effondersi ora

e durare in eterno.

 

Un marzo avaro di primavera

chiude il sipario di una vita

ma il tempo non potrà cancellare

nei cuori il Sogno dell’attore.

 

 

 

BIOGRAFIA DELL’ATTORE

 

Pippo Montalbano nasce ad Agrigento l'1 febbraio 1940. Esordisce a 14 anni, con "Pinocchio" di Collodi. Con alcuni amici fonda, nel 1963, la Compagnia di Prosa "Maschere Nude" che, nel 1965, è diventata la cooperativa 'Piccolo Teatro Pirandelliano Città di Agrigento' e nel 1989 'Piccolo Teatro Città di Agrigento'.  Dal 1 aprile 1968 al 30 aprile 2004 presta attività lavorativa presso l'INPS di Agrigento.
I registi teatrali e cinematografici con i quali ha collaborato sono:
Filippo TORRIERO, Ruggero JACOBBI, Emanuele PAGANI, Francesco ROSI, Giuseppe DI MARTINO, Andrea CAMILLERI, Gianni SALVO, Guglielmo FERRO, Silvio BENEDETTO, Marco PARODI, Fernando BALESTRA, Pino PASSALACQUA, Josè Maria SANCEZ, Alessandro DE ROBILANT, Marco Tullio GIORDANA, Roberta TORRE, Alberto SIROLI, Fabrizio CATALANO SCIASCIA, Giulio BASE, Graziano DIANA.

Principali rappresentazioni teatrali:

Luigi PirandelloDi Luigi Pirandello: LIOLA', nei panni del protagonista dal 1973 al 1993, con quattro diverse edizioni e regie. Con l’edizione del 1976, della quale ha curato anche la regia, ha vinto il 2° premio al festival nazionale d’arte drammatica di Pesaro. Con l’edizione del 1986, con regista Gianni Salvo, ha vinto il premio come migliore attore protagonista della 4^ rassegna 'Teatroclassicoggi' di Mantova, anno 1992. Nel 2005, in una nuova messa in scena presentata alla XXXIII settimana Pirandelliana, ha interpretato il ruolo del co-protagonista don Simone.
CAPPIDDAZZU PAGA TUTTU di Pirandello-Martoglio, nel ruolo del protagonista don ‘Nzulu con la quale, nel 1985, ha vinto il festival nazionale d’arte drammatica di Pesaro.

Sempre di Luigi Pirandello ha interpretato:
COSI’ E’ (SE VI PARE), in tre diverse edizioni e, rispettivamente nei ruoli del consigliere Agazzi, del signor Ponza e di Lamberto Laudisi.
IL BERRETTO A SONAGLI, in quattro diverse edizioni e regie (alcune delle quali hanno previsto l’utilizzazione del testo dialettale ‘A BIRRITTA CU I CIANCIANEDDI dello stesso autore) nel ruolo di Ciampa.
PENSACI GIACOMINO, in tre diverse edizioni e regie.
‘A LA CALATA D’O SULI, della quale ha curato elaborazione testi e regia.
LA SAGRA DEL SIGNORE DELLA NAVE, in tre diverse edizioni e regie.
L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTU’, in due diverse edizioni e regie.


E ancora:


MA NON E’ UNA COSA SERIA - LA NUOVA COLONIA - LUMIE DI SICILIA - LA GIARA - LAZZARO - IL GIOCO DELLE PARTI - ‘U CICLOPU - VESTIRE GL’IGNUDI - IL PIACERE DELL’ONESTA’ – ‘A VILANZA di Pirandello/Martoglio

Interpretazioni di autori vari:
IL TEATRINO DI DON CANDELORO da G. Verga di Maricla Boggio
Leonardo SciasciaL’ONOREVOLE di Leonardo Sciascia in tre diverse edizioni e regie
IL RE MUORE di Jonesco
IL MARCHESE DI RUVOLITO - SAN GIOVANNI DECOLLATO di Martoglio
NOZZE DI SANGUE di Federico Garciaa Lorca
LA LUPA di Giovanni Verga
IL CAMALEONTE di Lo Presti
EUFROSINA di A. Zaccaria
SABATO, DOMENICA E LUNEDI’ di Eduardo De Filippo
IL VITALIZIO da Pirandello di Andrea Camilleri, in due diverse edizioni e regie
IL BELL’ANTONIO da Vitaliano Brancati, di Antonia Brancati – con Paolo Calissano e Guia Jelo
IL GIORNO DELLA CIVETTA da Leonardo Sciascia, di Gaetano Aronica – con Giulio Base e Milena Miconi - Regia di Fabrizio Catalano Sciascia. Con questo testo sono state effettuate due importanti tournèe invernali, nei mesi di gennaio/marzo del 2006 e del 2007, recitando nei più importanti teatri italiani.
MALERBA E LA LUPA di G. Volpe (da LA LUPA di G. Verga) nel ruolo di Malerba.
LUNA PAZZA da L. Pirandello di e regia di Gaetano Aronica, con Daniela Poggi.

 

Esperienze televisive e cinematografiche:

Anno 1974 - LE CHAMIN DE LA CROIX per conto della televisione nazionale francese, canale 2 di Marsiglia
Anno 1978 - LA MANO SUGLI OCCHI, tre puntate su RAIDUE, sceneggiato tratto dal Romanzo di A. Camilleni “Il corso delle cose”. Protagonisti: Leopoldo Trieste, Ida Di Benedetto, Massimo Mollica, regia di Pino Passalacqua
Anno 1982 - WESTERN DI COSE NOSTRE, tre puntate su RAIDUE, con Domenico Modugno, Raimond Pellegrin, regia di Pino Passalacqua
Anno 1993 - IL GIUDICE RAGAZZINO, con Giulio Scarpati, Sabrina Ferilli, regia di Alessandro De Robilant
Anno 1995 - UNA MADRE INUTILE, con Leo Gullotta, Athina Cenci, regia di Josè Maria Sanchez
Anno 1999 - I CENTO PASSI, con Tony Sperandeo, Luigi Burruano, Luigi Lo Cascio e la regia di Marco Tullio Giordana.
Il film, presentato alla 52^ mostra del cinema di Venezia, ha vinto il Leone d’oro per la migliore sceneggiatura ed è stato scelto per rappresentare l’italia per l’assegnazione dell’oscar del 2001. Ha vinto cinque “DAVID DI DONATELLO” nel 2001. il film è stato proiettato in tutte le più importanti sale italiane ed estere ed è stato e continua ad essere trasmesso da tutte le televisioni italiane ed internazionali. Viene utilizzato, spesso, per arricchire incontri e dibattiti sulla legalità e contro la violenza mafiosa.

Andrea Camilleri Anno 2000- “TOCCO D’ARTISTA” dalla serie del “Commissario Montalbano” di Andrea Camilleri, regia di Alberto Siroli, con Luca Zingaretti, trasmesso da RAI/DUE in prima serata, il 16.05.2001, e più volte replicato.
Anno 2001 -“ANGELA”, per la regista Roberta Torre, film che ha partecipato al Festival del cinema di Cannes del 2002
Anno 2002- “LA MEGLIO GIOVENTU”, con Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, regia di Marco Tullio Giordana. Il film ha partecipato al festival di Cannes del 2003, vincendo il premio speciale “un certain regard”. Ha anche inaugurato la 50^ edizione del film-festival di Taormina il 7 e l’8 giugno 2003.
Anno 2005- “TAROCCHI DI SANGUE”, dalla serie “DON MATTEO”, trasmessa da RAI/UNO, in prima serata, il giorno 1 febbraio del 2006, con Terence Hill, Nino Frassica, Flavio Insinna, regia di Giulio Base. L’episodio è stato replicato, su RAI/UNO, il 01.07.07 ed il 26.08.08.
THE INQUERY”, film storico-religioso ambientato al tempo di Gesù Cristo. Girato in lingua inglese tra la Tunisia e la Bulgaria, cooproduzione Italo-Americana con Daniele Liotti, Monica Cruz, Ornella Muti e il Premio Oscar Murray Abraham, due puntate trasmesse da RAI/UNO il 2 e il 3 aprile 2007, in prima serata.
Anno 2006- “MARASCIA’…un eroe antimafia”,nel ruolo del maresciallo Giuliano Guazzelli, ucciso dalla mafia nei 1989. E’ stato realizzato un DVD distribuito in Italia dall’Assoc. Culturale “Dietro le quinte”.
Anno 2007-“UNA VITA RUBATA” film tratto da un fatto di cronaca con protagonista Beppe Fiorello e la regia di Graziano Diana. Il film è stato trasmesso da RAIUNO, in prima serata, il 10.03.08.

 

Riconoscimenti

 Pippo Montalbano 2007, Premio Sikelè

1976: premio “LA ROSA DI PESARO” al 29° festival nazionale d’arte drammatica.
1985: premio “LA ROSA DI PESARO” al 38° festival nazionale d’arte drammatica.
1987: premio “MASCHERE NUDE”, 3’ edizione, comune di Porto Empedocle.
1988: premio speciale “LA TORRETTA D’ORO” città di Grotte.
1988: premio speciale “CIULLO D’ALCAMO” come migliore attore protagonista nel ruolo di LIOLA’ al teatro di Alcamo.
1992: premio speciale come migliore attore protagonista alla rassegna nazionale “TEATROCLASSICOGGI” di Mantova.
1992: premio speciale “SCENA” alla carriera, comune di Zafferana Etnea.
1997: premio “PIRANDELLO NEL CUORE”, comune di Porto Empedocle.
1998: premio “SALVO RANDONE” come migliore attore protagonista nel personaggio di Marabito del “VITALIZIO”, al 6° festival nazionale teatro di base città di Sciacca.
1999: premio “EURAKO ’99”, come migliore attore protagonista, nel ruolo di CIAMPA de “Il berretto a sonagli”, a Termini Imerese.
1999: premio speciale alla carriera “TELEACRAS-PUNTO FERMO” Agrigento.
2001: premio “ALESSIO DI GIOVANNI” per i successi teatrali e cinematografici.
2001: premio internazionale “CAOS” 2001 per tutti i personaggi pirandelliani a cui ha dato vita e vigore e per essere l’unico attore sempre in scena in tutte le 28 edizioni della “SETTIMANA PIRANDELLIANA”.

2007: Premio Sikelè per il teatro

giovedì, 16 luglio 2009

UN ANNO DA LEONI

 Leoni, altorilievo

L’anno sociale 2008/2009 per il Club Lions Agrigento Host è stato assai impegnativo, ma gratificante: l’anno del cinquantenario della fondazione che ha permesso di sviluppare ben 50 services in tutte le direzioni che hanno coinvolto l’intera città. Ne è scaturita in conclusione una pubblicazione ricchissima che traccia, attraverso la storia del club, la storia della città dal 1959 ad oggi. Assieme a tanti altri studiosi, storici, giornalisti, letterati, ho dato un mio contributo, di cui riporto gli argomenti che ritengo più attinenti al mio blog.

Voglio segnalare alcuni passaggi del saluto dell'Arcivescovo Metropolita di Agrigento, Don Francesco Montenegro, Socio Onorario del club, persona di grande spessore culturale e di notevole umanità:

Un motto, un impegno, una storia: così mi piace sottolineare ed iniziare il mio messaggio augurale per il cinquantesimo anniversario, per il "giubileo" del vostro prestigioso sodalizio...

Un motto: WE SERVE, "noi serviamo", club di servizio per il primato della persona e per il bene civico, culturale, sociale e morale della comunità: finalità che hanno come destinatario l'uomo non generico ed astratto, ma un uomo concreto che vuol realizzare in uno specifico contesto esistenziale; una  mano pronta e aperta a stringere ed afferrare quella di chi chiede con speranza e fiducia; un impegno che durerà nel tempo.

 Incontro Arcivescovo AG-Lions

 

CLUB LIONS AGRIGENTO HOST

CINQUANTENARIO NELL’ISOLA DA AMARE

 Volume del Cinquantenario Lions Club Agrigento Host

di Ubaldo Riccobono

*Segretario del Club

 

Il Cinquantenario di un club è un evento altamente emozionante ed irripetibile. Ma quello celebrativo dell’Agrigento Host ha superato ogni confine, per assurgere quasi al mito, nel senso greco del termine, che vuol dire racconto favoloso, leggenda: se non per altro, per quell’impareggiabile collegamento tra presente e passato che ha saputo tracciare il Governatore, Prof. Francesco Amodeo, nell’anno sociale del suo azzeccato superprogetto “Sicilia, l’Isola da amare”.

Gover. Sicilia Amodeo e Pres. Inter. Brandel           «Nella più bella città dei mortali decantata da Pindaro» ha affermato il Governatore «il Club Lions Agrigento Host iscrive nei suoi Annali questo meraviglioso traguardo, che non è soltanto la festa di un club, ma la festa dell’intero Distretto.»

Un cinquantenario significa rinverdire i valori sociali dei fondatori attraverso le opere, rendendone partecipi i più giovani, per far comprendere appieno l’umanità del Lionismo e le sue radici, retaggio che si tramanda e mai si può disperdere, essendo fondato sulla concretezza delle realizzazioni.

Non a caso il Presidente del Club, dott. Salvatore Bennici, ha voluto fortemente l’annullo filatelico con una cartolina celebrativa che rappresenta il Tempio di Castore e Polluce e l’altare delle divinità Ctonie dell’antica Akragas, illuminati dall’emblema distintivo dei Lions, con i raggi che idealmente si dipartono ad illuminare il mondo.  Luigi PirandelloVecchio e nuovo a voler sancire questo legame imperituro, messaggio forte che parte dalla Città dei Templi, dalla città di Pirandello, il quale ne “I vecchi e giovani” aveva ribadito il concetto forte dei giovani vecchi in spirito e dei vecchi giovani di mente e di cuore. Ed è su questa falsariga che il Club Agrigento Host, come tutti gli impareggiabili altri clubs, s’iscrive come punto fermo di questo intramontabile megaprogetto “Sicilia, l’isola da amare”.

 

 

AL CINQUANTENARIO

Racconto inedito

di Ubaldo Riccobono

Il padre di Pirandello           Venticinque centesimi al giorno, la metà del costo d’un biglietto dell’omnibus d’andata e ritorno per Mondello: questo era l’obolo che il Regno d’Italia gli versava come pensione di guerra.

Quella miseria non valeva nemmeno il ricordo di pochi metri della marcia a tappe forzate, che cinquant’anni prima, da Milazzo, aveva portato loro garibaldini e i picciotti al Volturno, attraverso i tanti paesini della Sicilia e della Calabria, con il rischio di continue imboscate negli impervi valloni o nelle assolate contrade costiere.

Camminavano come automi grondando sudore, in silenzio, la mente obnubilata che aveva perso la lucidità miglio dopo miglio. Ogni tanto si sentiva il sinistro crepitio delle pallottole, mentre si vedeva qualcuno cadere. Buttandosi a terra, dietro uno spuntone di roccia o al riparo di un albero, rispondevano a casaccio ai cecchini, per riprendere subito dopo la marcia. Spesso, a sparare era la gente del posto che li considerava briganti della peggior specie, venuti a saccheggiare.

Costoro, della patria che ne sapevano?

Loro, sì, s’erano trovati in tanti con Garibaldi, sulla piazza della Fieravecchia, a gridare ossessivamente, alzando il pugno per aria minaccioso:

«Megliu moriri sparannu, ca moriri di dissintiria!»

Si diceva che i Borboni inoculassero il germe del colera: «Lo propagano dovunque a bella posta, quegli untori maledetti! » era il pensiero unanime.

Non era vero, naturalmente; ma sicuramente portavano sfortuna quei regnanti lontani, che in Sicilia, si poteva dire, non avevano messo piede ed erano odiati più del colera.

Così andava almanaccando Stefano Pirandello nel giorno del Cinquantenario, davanti allo specchio della stanza dell’albergo dirimpetto alla stazione centrale di Palermo, mentre s’aggiustava religiosamente la barba fluente, preparandosi in pompa magna per la cerimonia.

S’era portato appresso perfino le medaglie al valore, guadagnate sul campo, da appuntare al petto sulla divisa di carabiniere genovese, che la moglie, pur controvoglia, gli aveva smacchiato e stirato tra mille mugugni.

A nulla erano valsi gli estenuanti tentativi di dissuasione delle sue donne, la moglie Caterina Ricci Gramitto e la figlia Annetta, e neanche le scenate e le lacrime, dettate dalla paura che gli potesse capitare un accidente. Perse per perse avevano ritenuto di scrivere a Roma, a Luigi: una lettera accorata, nella quale denunciavano la sua pazzia di volersi recare, a settantacinque anni, per cinque giorni a Palermo, in quella che sarebbe stata una baldoria inaudita.

Luigi, conoscendolo di grosse campane, aveva risposto di soprassedere: tanto, se doveva tirare le cuoia, meglio al cinquantenario che nell’anonimato di un letto.

«Carabiniere garibaldino muore al Cinquantenario!Bel titolo di giornale per incuriosire la gente!» si disse, sapendo che non sarebbe stato il suo caso. Ormai s’era fatta la prognosi meglio di un medico: «Morirò vecchio e rimbambito».

La Morte con lui aveva preso il gusto dell’umorismo: si divertiva a lasciarlo al mondo, per dargli schiaffi d’avvertimento quando meno se l’aspettava, per proprio divertimento, come a dirgli: «vedi che, quando voglio…».

Quante volte l’aveva risparmiato! 

A Milazzo ad esempio, nella cruentissima battaglia alterna fino al tramonto, dove più volte s’erano visti perduti,  l’aveva fatta franca, rimediando  soltanto una lieve scalfittura per una pallottola di striscio. Poi, poco prima che Luigi nascesse, in un bellissimo giorno d’inverno - di quelli con il sole che spacca le pietre e il cielo terso di color cobalto - s’era sentito all’improvviso divorare tutto dalla febbre: «Colera!», certezza terrificante.

Davanti ai suoi occhi s’erano subito affollate le immagini del suo funerale: la moglie incinta e la figlioletta Rosolina, attaccata alla sua sottana, che seguivano il feretro, inconsolabili, sostenute da amici e parenti; e tutti - lui per primo dalla bara, umoristicamente - a domandarsi: «perché?».

La Morte, invece, non l’aveva voluto!

Imprevedibilmente era guarito, grazie ai mattoni ardenti che, nell’Ospedale di via Atenea, gli avevano posto su tutto il corpo, quasi ad ustionarlo: un’incredibile cura tramandata di padre in figlio dai tempi di Acrone, famoso medico greco, guaritore con il fuoco e il calore. Ed in seguito era stato rifiutato per l’ennesima volta nella quinta imboscata maledetta in contrada Consolida, dove s’erano appostati, celati alla vista, due mafiosi rapinatori, per aspettarlo al varco con le mesate dei minatori: al suo diniego, ad uno il fucile non s’era inceppato provvidenzialmente?

E da allora aveva cominciato a fregarsene: «La vita a chi resta, la morte a chi tocca!» ripeteva spesso, beffardo. Tutto sommato la vita era maledettamente stupida e breve, rispetto all’eternità. Perché affannarsi?

Già, ma  perché era voluto venire al cinquantenario?

Padre PirandelloOra tante domande gli picchiavano nel cervello, mentre andava indossando la divisa di carabiniere genovese. Il cinquantenario era un rituale per chi restava, una passerella per i politici, una celebrazione di grandeur della monarchia? Oppure rappresentava il ricordo di chi non c’era più, dei garibaldini ammazzati, dei picciotti sacrificati, degli ex commilitoni morti in miseria in manicomio?

Le medaglie che aveva appuntato al petto, le sentì pesare come macigni. Dando un veloce sguardo d’assieme nello specchio, pensò alla ridicolaggine d’aver pensato inizialmente di voler essere spettatore, un mese fa, alla gara aviatoria di Mondello. Allora, s’era lasciato convincere: mettere le tende a Palermo per un mese, solo come un cane, era davvero un’eresia. E perché poi? Per osservare per la prima volta gli aerei solcare il cielo, come un bambino?

Ce n’era d’avanzo per il cerimoniale conclusivo: era quello che contava; quello avrebbe permesso a tutti di rievocare i vecchi commilitoni.

Avrebbero commemorato i morti chiamando l’appello, a cominciare dai più sfortunati?

«AjelloGiuseppe fu Giusto, morto nel manicomio di Palermo il 1° dicembre del 1869» 

«Airenta Gerolamo fu Giovambattista, morto nel manicomio di Milano nel dicembre del 1875»

«Brambrilla Prospero fu Prospero, morto demente nel manicomio di Ostino, a Bergamo»;

«Campanella Gaspare, di Palermo, morto suicida ad Arma di Taggia…»

No, non sarebbe andata così! Avrebbero chiamato i famosi, unendo ai nomi dei Garibaldi deputati del Regno – l’eroe dei due mondi Giuseppe e il figlio Menotti – il nome di un Garibaldi meno noto, ma pur sempre un Garibaldi: Giovanni Stefano Agostino di Domenico, morto al ponte dell’Ammiraglio a Palermo per ferite d’arma da fuoco e di baionetta.

            Sicuramente avrebbero citato i Bixio, i La Masa, i Crispi, Giacinto Carini, generale e deputato, il console generale ad Odessa Salvatore Castiglia, e tutta la sfilza degli alti papaveri che la spedizione di Garibaldi aveva elevato ai fasti del regno.

Mentre scendeva le scale dell’albergo, si disse che aveva ragione Luigi ad affermare che la vita era tutta forma e apparenza ed era un continuo farsi largo sulla scena per la notorietà. Contava chi aveva i soldi o le alte cariche, magari non meritate. La massa, carne da macello!

Milite ignoto! Come suonavano beffarde quelle due parole, mentre si sapeva tutto dei morti in battaglia, e sui monumenti comparivano nomi e cognomi di coloro che avevano fatto l’Italia con il prezzo del sangue.

La memoria non doveva essere utile per ricordare proprio i più umili, coloro che erano stati determinanti e magari traditi? Sì, traditi! Non parlava per sé. In fondo era stato un benestante, anche se la sorte non era stata benigna e ora, lui e la moglie, per i ciechi colpi del caso erano costretti a campare con l’aiuto dei figli, in una casa del genero, a Porto Empedocle.

La sua, dunque, forse era una rivincita? Come dire: «vengo a questa festa del cinquantenario povero in canna, ma con la pelle ancora intatta e le mie brave medaglie al petto».

Era venuto a Palermo proprio per ostentare, per esibire, per testimoniare il suo esserci nei giuochi delle apparenze?

Quando uscì sulla piazza della stazione alla ricerca dell’omnibus dei Reduci, si sentì vecchio, carico d’anni, inadeguato nella sua uniforme di carabiniere genovese; mentre il traffico e il viavai delle persone, che lo osservavano incuriosite, lo frastornarono e quasi lo fecero barcollare.

 

12 TARGHE PIRANDELLIANE

NEL CENTRO STORICO

Itinerario luoghi pirandelliani, Agrigento

Una targa dei luoghi pirandelliani Oltre due anni fa notai che nella risistemazione del Piano di Gamez, nel centro storico agrigentino, non rimaneva più traccia di una fontanella, invero fatiscente, ma di grande valenza storica perché citata da Pirandello ne I vecchi e i giovani. Quand’ero studente ginnasiale e liceale andavo a studiare, quasi tutti i giorni, a casa del nonno di un mio compagno, a pochi metri dalla fontanella. Ne scrissi un articolo Città senza memoria su un giornale locale e mi venne l’idea di un progetto di una serie di didascalie che potessero evidenziare i luoghi citati da Pirandello nelle sue opere. Grazie al Presidente, Salvatore Bennici, e a tutto il Club, che hanno assecondato questo progetto, sono state realizzate queste prime 12 targhe, accompagnate da un itinerario curato dalla moglie del Presidente, prof.ssa Angela Argento.

 Itinerario pirandelliano

La Passeggiata

 

Quella loro passeggiata principiava ogni volta con un breve scambio di frasi e seguitava poi in silenzio, come se l’uno avesse dato all’altro da ruminare per un pezzo. E andavano a testa bassa, come due cavalli stanchi; entrambi con le loro mani dietro la schiena. A nessuno dei due veniva la tentazione di volgere un po’ il capo verso la ringhiera del viale per godere la vista dell’aperta campagna sottostante, svariata di poggi e valli e di piani, col mare in fondo, che s’accendeva tutto agli ultimi fuochi del tramonto…

Scialle nero, novella, 1900

 

Il Collegio degli Oblati

 

Il Collegio degli Oblati sorgeva nel punto più alto del paese ed era un vasto edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto dal tempo e dalle intemperie;  tutto bianco, all’incontro,  arioso e luminoso, dentro. Vi erano accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai diciannove anni, i quali vi imparavano le varie arti e i vari mestieri.

 

I fortunati, novella, 1915

 

 

Chiesa di S.Francesco d’Assisi

 

La statua della SS. Immacolata, custodita tutto l’anno dentro un armadio a muro nella sagrestia della chiesa di S.Francesco d’Assisi, il giorno otto dicembre, tutta parata d’ori e di gemme, col manto azzurro di seta stellato d’argento, dopo le solenni funzioni in chiesa, era condotta sul fercolo in processione per le erte vie di Montelusa, tra le vecchie casupole screpolate, pigiate, quasi l’una sull’altra; su, su, fino alla Cattedrale in cima al colle; e lì lasciata, la sera, ospite del patrono S. Gerlando.

 

Visto che non piove, novella, 1915

 

La Cattedrale

 Agrigento, prospetto Cattedrale

Se non che, quando già alla piazza della Cattedrale era cominciata ad affluir la gente per la processione e s’era finanche aperta la porta di ferro su la scalinata presso il seminario, donde la SS. Vergine soleva uscire ogni anno, e dal seminario erano arrivati a due a due in lungo ordine i seminaristi parati coi camici trapunti, e tutt’in giro alla piazza erano stati disposti i mortaretti, ecco sopravvenire in gran furia dal mare fra lampi e tuoni una nuova burrasca.

 

Visto che non piove, novella, 1915

 

 Il Palazzo Vescovile

 Cattedrale di Agrigento

Il sagrestano, dagli di nuovo a sonar tutte le campane per scongiurarla, sul fermento della folla che s’era messa  intanto a protestare, indignata perché sotto quella incombente minaccia del tempo i canonici volessero mandar via a precipizio la Madonna. E fischi e urli e invettive sotto il palazzo vescovile, finchè Monsignor Vescovo, per rimettere la calma, non aveva fatto annunziare da uno de’ suoi segretarii che la processione era rimandata alla domenica seguente, tempo permettendo.

 

Visto che non piove, novella, 1915

 

La Bibirria

 

La casa sorgeva nel quartiere più alto della città, in cima al colle. La città aveva lassù una porta, il cui nome arabo, divenuto stranissimo nella pronunzia popolare: Bibirria , voleva dire Porta dei Venti. Fuori di questa porta era un largo spiazzo sterrato; e qui sorgeva solitaria la casa del Granella.

 

La casa del Granella, novella, 1905

 

 

 

Santa Croce

 

Alzò gli occhi, così pensando, a Girgenti che  sedeva alta sul colle con le vecchie case dorate dal sole, come in uno scenario; e cercò nel sobborgo Ràbato, che pareva il braccio su cui si appoggiasse così lunga sdraiata, se gli riusciva scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch’era la sua parrocchia. Aveva là presso un casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre…

 

Il vitalizio, novella, 1901

 

Piano di Gamez

 

Era già lontana; lontana la voce, lontana la figura; e quella casetta, sulla cui facciata chiara in mezzo al Piano umido e nero si rifletteva la luna, e quel Piano stesso, il chioccolio della fontanella, e quelle anguste viuzze storte, nere, tutto il paese silenzioso nella notte, alto sul colle, sotto le stelle, ogni cosa gli parve come lontana ormai; gli parve come se egli da lontano, con tristezza infinita, con infinita angoscia contemplasse la propria vita che rimaneva lì, strappata da lui

 

I vecchi e i giovani, romanzo, 1909

 

 

Piazza San Domenico

 

Venendo su dal Rabato, per Piazza San Domenico notarono subito un movimento insolito lungo la via maestra. Quattro, cinque monellacci, correndo e fermandosi qua e là, strillavano il giornaletto clericale Empedocle, che pareva andasse a ruba.

 

I vecchi e i giovani, romanzo, 1909

 

Santo Spirito

 

Soltanto le monache della Badia Grande, affacciandosi alle grate a gabbia, avevano potuto vederla dall’alto, quand’ella veniva a prendere, sul vespro, un po’ d’aria nell’angusto giardinetto pensile della casa, ch’era addossata alla tetra, altissima fabbrica di quella badia, già antico castello baronale dei Chiaramonte.

 

I vecchi e i giovani, romanzo, 1909

 

Via Atenea

 

La larga strada del sobborgo, molto animata durante il giorno, restava poi, la sera, silenziosa e sola come una contrada di sogno, con le alte case in fila, su le cui finestre la luna rifletteva un verde lume qua e là.

 

L’esclusa, romanzo, 1901

 

Il Tribunale

 

In Piazza Sant’Anna, ov’erano i tribunali, nel centro della città, s’affollavano i clienti di tutta la provincia, gente tozza e rude, cotta dal sole, gesticolante in mille guise vivacemente espressive: proprietarii di campagne e di zolfare in lite con gli affittuari e coi magazzinieri di Porto Empedocle, e sensali e affaristi e avvocati e galoppini…

 

I vecchi e i giovani, romanzo, 1909

 

Il mistero del leone dormiente

di Ubaldo Riccobono

 Agrigento, Leone dormiente (1860) Piazza Purgatorio

Alla ricerca dello spirito lionistico ho desiderato dare un’interpretazione a questo leone, che molti turisti vanno spesso ad osservare, chiedendosi del significato di questa scultura. Per la verità l’obiettivo era quello più ambizioso di un suo ripristino, che il club poteva intestarsi donandolo agli agrigentini. Ma non è detto che l’idea non possa essere ripresa in futuro.

 

Dorme da quasi 149 anni il Leone di Piazza del Purgatorio, disteso pigramente sul pilastro che sormonta due colonne cilindriche che compongono il fregio del misterioso accesso agli ipogei agrigentini. E dorme anche il mistero dell’intera costruzione, perché critici d’arte e storici pochissimo ci hanno tramandato. Si sa soltanto che l’adito fu aperto per la prima volta nel 1860, anno del Risorgimento, ad opera di un tale Alaimo, ingegnere agrigentino.

Se la sistemazione dei luoghi può essere giustificata dall’esigenza dell’epoca di dare un assetto definitivo e consolidato all’articolato complesso sotterraneo di cunicoli e camere di raccolta, che lasciavano tracimare pericolosamente acque sorgentizie e piovane, la scelta come fregio di un leone dormiente non appare il frutto di un’occasionale bizzarria dell’ideatore. 

E’ verosimile che, nella mente dell’artista o del committente, la scultura fosse da collegare all’unicum del pregresso impianto scenografico dell’intero contesto zonale, che rappresentava originiaramente, per la borghesia agrigentina emergente, la Piazza della città nuova.

Scelta antifeudale, dunque, e d’affrancazione da anacronistiche condizioni e retaggi del passato, che venivano a contemperarsi in nuovi stili più liberi, rispetto ai quali i luoghi di vita avevano tanta parte. Lo scenario, in cui s’incardinavano le nuove opere, era quello di due chiese, San Lorenzo e Santa Rosalia, poste in un’enclave, in cui confluivano e s’intersecavano le strade maestre di via Atenea e di via Carnevali - oggi Foderà - creando un tessuto urbano di riferimento, più che d’un ceto, di una classe. Non a caso l’edificazione della basilica di San Lorenzo, identificata da sempre come Chiesa del Purgatorio, fu concomitante all’istituzione e all’attività della Congregazione laicale delle Anime Purganti, fondata da una classe ricca e abbiente, che voleva creare proprio nella piazza il motore urbano e lo snodo di collegamento con la città alta.

Il fasto della facciata barocca di San Lorenzo, divisa in due ordini con portale a colonne tortili laterali, fiancheggiate da statue, e con una massiccia torre campanaria, unitamente al prospetto d’ispirazione borrominiana di Santa Rosalia, intendeva creare, anche con l’ausilio della fuga delle scalinate, un movimentato sia pure asimmetrico colpo d’occhio.

All’interno, i candidi e magnifici stucchi del Serpotta, la Cappella del Crocifisso del Carletto, la splendida Madonna del Melograno, di scuola gaginiana, furono intesi a conferire un contesto armonico di “sala a predicazione”, per fare della Chiesa del Purgatorio un preciso punto di riferimento per le celebrazioni. Tutte le solennità venivano ivi celebrate, come ci dice lo storico Giuseppe Picone, a proposito delle messe funebri in memoria di Cavour il 9 luglio 1861 e di Vittorio Emanuele il 9 febbraio del 1878, con scenografie di straordinaria efficacia da lui stesso suggerite.

Quindi l’inserimento di un fregio, in sede di risistemazione dell’angolo da cui s’accedeva agli Ipogei, obbediva a un motivo di completamento ornamentale della “Piazza per Eccellenza” della nuova città. Ciò si rinviene anche nel preciso richiamo dialettale del detto agrigentino “ni videmu mmezzu a chiazza”, con il quale gli amici usavano darsi appuntamento per andare a passeggiare nel corso principale, la Via Atenea, che, pur estendendosi in lunghezza, nella parte di mezzo aveva proprio la Piazza del Purgatorio.

La testimonianza più importante della centralità della piazza ci viene dal racconto di Giuseppe Picone della prima manifestazione insurrezionale agrigentina nell’aprile del 1860, seguita alla notizia della disfatta della rivolta palermitana della Gancia del 4 aprile:

Una mattina, si vede attaccata ad una delle statue laterali alla porta maggiore della chiesa del Purgatorio, una bandiera tricolore. La truppa circonda quel piazzale, ed uno dei soldati tira a sé la bandiera e mezza statua (perché composta di più pezzi non connessi), la quale precipitando, rompe una coscia ad un altro soldato.” (Giuseppe Picone, Memorie storiche agrigentine)

La bandiera tricolore, fatta sventolare, era stata cucita di nascosto, in un sottoscala, dalla madre di Luigi Pirandello, Caterina Ricci Gramitto, e dalla sorella Adriana, e portata ai rivoltosi dal loro fratello Innocenzo. L’episodio storico è ricordato da una lapide che può vedersi ancora affissa sulla facciata della chiesa. E a sancire la valenza storica di sacrario della chiesa, un’altra lapide ricorda un manipolo di agrigentini, caduti nella Grande Guerra, che riposano in una cripta del tempio.

Alla luce di ciò, la scelta del leone appare qualcosa di più di un semplice fregio ornamentale, rappresentando un vero simbolo di forza, di coraggio, di lealtà e di dedizione, là dove s’erano svolte manifestazioni di libertà - precipuamente quella risorgimentale - e celebrazioni di spessore nazionale, e venivano affisse dediche commemorative. E questa ipotesi l’accredita inequivocabilmente e ampiamente l’anno di erezione della scultura: il 1860. Che poi il leone sia dormiente, nulla toglie; anzi, è un motivo ulteriore per significare   il “discreto e sommesso”, umile ma regale, presidio alla sacralità dei luoghi e della chiesa, dedicata al culto delle Anime Purganti. Infatti, nelle civiltà storiche il leone ha da sempre rappresentato un preciso riferimento a tali valori, come si evince in particolar modo nella religione cristiana, nella quale assume il simbolo di regalità-sacrificio (nell’Apocalisse il Cristo è il leone della tribù di Giuda), e a volte (leone alato) simbolo della Risurrezione. In tale contesto può ben inquadrarsi l’allegoria serpottiana con le 8 statue, poste all’interno della chiesa, rappresentanti le seguenti Virtù: l’amore, la semplicità, la carità, la prudenza, la giustizia, la religione, la fortezza, la mansuetudine.

 

L’ISOLA DA AMARE

 Lions Distretto Sicilia

E’ stato anche un anno importante per tutto il Distretto, impegnato nel superprogetto “Sicilia, l’Isola da amare” ideato dal Governatore, prof. Francesco Amodeo, il quale ha voluto fortemente una pubblicazione, per il recupero della memoria storica delle nostre radici. Ogni Club ha potuto partecipare con un proprio articolo e il risultato è stato assai interessante e variegato, con argomenti inediti ed originali. Il Club Agrigento Host ha dato la sua adesione con un mio articolo sulla antichissima pianta della Consolida e della contrada che ne prese il nome, la cui storia è ampiamente tracciata nel mio romanzo, intitolato appunto “Una contrada chiamata Consolida”.

Copertina mio romanzo

 Consolida: una pianta e un luogo,

tra storia, mito, filosofia e letteratura

di Ubaldo Riccobono

 

J.Wolfgang GoetheCon il suo viaggio in Sicilia cosa aveva cercato di così determinante Johann Wolfgang Goethe, da fargli esclamare «l’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto»?    

Due cose innanzitutto: la visione del mondo classico (sintetizzata nella felice espressione nella Villa Giulia di Palermo: «tutto richiamava ai sensi e alla memoria l’isola beata dei Feaci» 7 Aprile 1787) e la ricerca della pianta originaria («presto avrò messo a punto le mie idee sulla pianta originaria; temo soltanto che nessuno voglia riconoscervi tutte le altre piante terrestri» Napoli, 25 Marzo 1787, 3 giorni prima della traversata per Palermo).

Non fu, dunque, soltanto il desiderio di ripercorrere le orme paterne in suolo italico o l’amore per il Bel Paese assimilato dal suo maestro, il monaco pugliese Domenico Giovinazzi, né l’ansia poetica di visitare la nazione dove fiorivano i limoni in fiore, avvertita imperiosamente sul Gottardo.

A 37 anni, il “ nordico fuggitivo”, alle prese già con l’opera incommensurabile “Faust”, sentì prepotente il bisogno di una rinascita intellettuale e d’artista, che soltanto la Sicilia, come completamento dell’anima, seppe dargli per sua stessa ammissione («il convincimento dei sensi e dello spirito che qui fu, è e sarà la grandezza»).

goethe_romaPer il suo viaggio nella classicità dell’isola omerica, Goethe s’era fatto accompagnare dal suo connazionale, il pittore Christoph Heinrich Kniep,  che aveva il compito di riprodurre quanto di rimarchevole avrebbero trovato sul loro cammino.

I due raggiunsero Girgenti - l’antica Akragas e l’attuale Agrigento -  il 23 aprile del 1787 e ne ripartirono il 28, ospitati per quattro giorni dalla famiglia del barone Celauro, studioso autodidatta della natura che lo mise a parte sui segreti e i misteri di una pianta antichissima, chiamata dai romani Consolida.

Questa e altre esperienze in suolo siciliano gli avrebbero fatto successivamente affermare sul saggio Verfasser teilt Geschichte seiner botanischen Studien mit: Metamorfosi delle piante, Goethe«Così fu che in Sicilia, meta estrema del mio viaggio, ebbi la piena rivelazione dell’identità originaria di tutte le parti che costituiscono la pianta».

L’idea della Urpflanze, il prototipo originario di tutte le forme vegetali, gli era nata a Padova, nella grande varietà di specie vegetali dell’Orto Botanico più antico d’Europa: «acquista nuova forza la congettura che tutte le forme  vegetali abbiano potuto svilupparsi da un’unica pianta», anche se aveva confessato allora «a questo punto della mia filosofia botanica mi sono arenato, e non vedo ancora in che modo districarmi».

Fu certamente quella pianta mitologica siciliana, che ai suoi tempi si poteva rinvenire in grande varietà di forme, dai paesi del Mediterraneo fino al Baltico, che diede linfa alla sua idea del formarsi di ogni organismo animale o vegetale da un unico archetipo, e all’estrinsecazione del suo concetto filosofico della natura quale abito vivente della divinità («c’è in lei una vita eterna, un eterno divenire, un moto perenne»).

Tuttavia l’episodio della rivelazione della pianta, come tantissimi altri, non fu evidenziato nella sua opera, Viaggio in Italia, perché lo scrittore tedesco pose mano alla narrazione del suo itinerario italico – avvenuto dal 3 settembre 1786 all’aprile del 1788 - ben 28 anni dopo il suo ritorno in patria a Weimar, forse volendo circondare di un alone di mistero i suoi studi e dare più originalità alla genesi della sua concezione.

Empedocle di AgrigentoComunque, decisiva consapevolezza nelle sue teorie filosofiche la ebbe dal fatto irripetibile di trovarsi nella terra di Empedocle, il più grande filosofo della natura, che aveva dedicato una somma eccezionale di osservazioni ai fenomeni naturali, dalla botanica alla zoologia e alla fisiologia, esponendo originali concezioni sulla evoluzione degli organismi viventi. E la scoperta della pianta, con la quale Empedocle aveva curato i suoi concittadini, gli sembrò strabiliante, come se egli si fosse trovato nel cuore dell’antichità, facendo un salto di millenni. Ostile al meccanicismo, egli trovò nella visione ciclica empedoclea, che riusciva a contemperare l’Essere (l’Uno di Parmenide) con il Divenire ( con i “cangiamenti” continui delle quattro radici - fuoco, terra, acqua, aria - in virtù delle forze motrici aggreganti e disgreganti di Amicizia e Astio), un precedente eccezionale per costruire la sua teoria della metamorfosi universale, come divenire intimamente spirituale; in ciò sollecitato ancor più dalla novità e dalla varietà della flora mediterranea.

Al di là della condivisione o meno del naturalismo panteistico goethiano, o della certezza che la pianta agrigentina possa essere stata davvero quella originaria preconizzata da Goethe, appare inconfutabile che la Consolida, molto conosciuta dai greci, come dimostra l’etimologia del suo nome scientifico “Symphytum Officinale” (συμφτον), risalisse alla notte dei tempi. Da sempre usata per curare le fratture e le ferite, per le sue capacità di rimarginarle (il verbo greco συμφύω significa unire, rimarginare, consolidare), le sue proprietà naturali ne fecero anche un efficace colorante, grazie al colore dei suoi fiori che variavano dall’azzurro al violetto: particolare che entusiasmò lo stesso Goethe, nella cui “teoria dei colori” si rivela lo stesso atteggiamento conoscitivo dei fenomeni naturali.

Si tramanda che Falaride, l’esecrato tiranno dell’antica Akragas, che fece la sua polis molto potente riuscendo a governare tutta la Sicilia, usasse indossare vestiti colorati con la pianta; e, quando la sua tirannide venne rovesciata, ad Akragas fu imposto il divieto di utilizzare la pianta come colorante e d’indossare vestiti di colore celeste.

Ma non era sempplice posa quella del tiranno, perché il colore celeste costituiva un segno significativo di potenza, che s’era tramandato di generazione in generazione, essendo legato al culto e ai miti di Zeus, venerato da sempre nella polis akragantina, dove esistevano ben tre templi dedicati al padre degli dei: Polieo, Atabirio, Olimpico. E’ certo in ogni caso che la pianta all’origine crescesse in abbondanza in una contrada acquitrinosa, in un sito abitato da ninfe, una delle quali di nome Asterope era stata sedotta da Zeus. Da questa unione era nato il gigante Akragas, che, ribellatosi al padre, fu poi trasformato nel fiume omonimo, dando anche il nome alla città.

La contrada, dove cresceva la pianta, era una zona  alluvionale digradante verso due sottostanti valloni imbriferi, nei quali scorrevano i due fiumi sacri, l’Akragas e l’Hypsas. Dei luoghi il premio Nobel Luigi Pirandello, nel romanzo “I vecchi e i giovani”, offre una sintetica quanto interessante descrizione: «A destra si levava fosco e imminente monte Caltafaraci; più in là, in fondo, il San Benedetto; quindi s’allargava il piano di Consolida e, a mano a mano, sempre più verso ponente, il pian di Clerici, di là della montagna di Carapezza e di Montaperto più qua. Giù, dirimpetto, la Serra Ferlucchia, gessosa, mostrava le bocche cavernose delle zolfare e i lividi tufi arsicci dei calcheroni spenti».

Lo scrittore agrigentino conosceva molto bene la contrada, perché vi passava ogni giorno per recarsi ad Aragona, a dare aiuto - per un breve periodo -  nella gestione della miniera del padre. E proprio nei pressi di Consolida il genitore dello scrittore era stato oggetto di un agguato mafioso, ad opera di due facinorosi che intendevano rapinargli le mesate dei minatori; però senza conseguenza alcuna, in quanto a quello dei due che aveva sparato s’era inceppato il fucile.

La testimonianza topologica di Pirandello assai dettagliata nei nomi, di origine romana o araba, ci indica con certezza che la fisionomia dei luoghi era rimasta quella originaria, a memoria d’uomo. E sicuramente lo scrittore che si documentava su luoghi, storie e leggende, sentendo gli abitanti del posto, non si era discostato da tali testimonianze.

Se quindi etimologicamente il nome della pianta e della contrada, che da essa prese nome, è l’esatta voltura latina del nome greco (cum-solida, pianta atta a consolidare), assai singolare è la storia di questa traduzione, perché colui che chiamò così la pianta per la prima volta, doveva possedere una conoscenza erudita della lingua greca. E per questo, non è lungi dal vero l’ipotesi che sia stato Cicerone, profondo cultore della lingua e della filosofia greca, questore della Sicilia, che a più riprese era stato ad Agrigento, per assumere testimonianze e prove in difesa della città dalle spoliazioni perpetrate da Verre. Durante i suoi soggiorni agrigentini, lo scrittore andava a trovare un suo grande amico medico, Nicone, che abitava fuori porta, a Consolida. E alla mente enciclopedica di Cicerone non mancava di certo la curiosità necessaria per interessarsi anche di questo aspetto della conoscenza. Certo è che la contrada prese il nome latino della pianta e si chiamò definitivamente Consolida. Con un’altra prova ci soccorre anche dal dialetto: nel paese di Aragona, assai più vicino a Consolida della stessa Agrigento, la pianta è chiamata da generazioni e generazioni “consolla”, una evidente contrazione dialettale del nome latino. E altra curiosità notevole è perfino una coincidenza: la costruzione del nuovo ospedale di Agrigento proprio in una contrada che ripete il nome da una pianta medicamentosa.

 Cartolina apertura Ospedale di Agrigento

giovedì, 02 luglio 2009

G l i  O c c h i

         d i  D e n t r o

 

 Volume 1 Ed. Premio Editoriale 2009 di Terni

“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento delle mille corde”

                                                                                          Kandinsky

 

Se l’anima è uno strumento dalle mille corde e i colori ne sono la sua essenza, come diceva Kandinsky, l’uomo deve vedere con gli occhi di dentro, per cambiare il mondo. E’ una visione che postula “l’altro”, il simile, per ritrovare l’umanità che ci contraddistingue, la sensibilità, la tolleranza, la solidarietà.

Raccolta occhiali per lE’ con questo spirito che è stata organizzata la I Edizione del Premio letterario

G l i  O c c h i  d i  D e n t r o, promossa dall’Associazione “Dona un Sorriso” Onlus di Terni, progetto sul bando di progettazione sociale 2007 del Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Terni e con il patrocinio del Comune di Terni. Tra le varie sezioni, ho voluto aderire a quella relativa ai romanzi e racconti con la raccolta intitolata “Aspettando Minosse”.  Ne è nata una pubblicazione (edizione Pollicino, Terni) che ha preso il titolo del concorso G l i  O c c h i  d i  D e n t r o, racconti, poesie e storie di contenuto sociale. E sono stato felice che in questo progetto di solidarietà siano rientrati 5 miei racconti: Un pescatore tra due isole, La raccomandazione, L’omelia, La festa degli alberi, La siccità, cinque racconti di contenuto sociale. In maniera sopraffina il Presidente della Giuria, Antonio Ferrara, nella poetica prefazione del volume, ha evidenziato:

 

“Per scrivere e per leggere ci vuole una pazienza ferma e testarda. Altro che. Una forza dolce. Un prendersi cura di sé e degli altri, un farsi umili e cocciuti, fino a diventare lettori ostinati, scrittori testardi. Scrittura come prolungamento del sentimento, ecco. Come palestra dell’intimità. Lettura come cura di sé e degli altri. Già. Versare nelle orecchie e nel cuore racconti dolci, romanzi sconfinati, poesie minuscole.

La scrittura è empatia e distanza, distacco e tenerezza. Parlare a me mentre parlo di me. Forse ci serve a capire meglio quello che non siamo, che ci viene a trovare perché gli siamo andati incontro. Prendendo un foglio e impugnando una penna.

Oltre la mia stanza, oltre il giardino, oltre il recinto il libro corre, si ferma e riparte. E le parole si agitano dentro di me, e mi agitano. Mi mordono il cuore, perché l’amore è sempre affamato”

 

Ritengo, pertanto, di far cosa gradita postando in pillole qualcosa di questo volume, anche se per motivi di spazio la maggior parte dei lavori, tutti meritevoli, saranno sacrificati.

 

Da AMARCORD. Raccontare la guerra per amare e costruire la pace a cura dell’Associazione Culturale “IL LECCIO” (Giove) scelgo:

 

Piove

 

di Anonimo

 

“Piove, piove, piove”.

Si diguazza nel fango, si è lordi di fango, si respira nebbia.

Gli abiti sono sempre inzuppati; le tende, le baracche, le tane stillano acqua.

Di notte si cammina sotto uno scroscio senza fine.

Qualche volta la grandine ci flagella.

Resistere, bisogna resistere al proprio posto vedendo nell’avvenire una nebbia più fitta di quella che ci separa dal nemico, resistere con una malinconia senza nome in questo fossato di fango aperto verso il cielo, che si chiama trincea.

Ricordarsi di essere stato fino a ieri un uomo con un lavoro proprio, una famiglia propria, una responsabilità propria ed essere ora un numero nel fango!”

 

Estrapolo qualche poesia:

 

Luce di primavera

 

di Enzo Catania

 Maestro Vincenzo Sciamè

L’alba fresca del giorno, si nutriva di nebbia marina.

Nella magica luce, svanivano sogno e stanchezza del tempo notturno.

 

E senza lamenti del corpo, il cuore correva lontano

cercava con te, l’armonia del mio tempo diurno.

 

Già pieno il mercato d’aroma di sesamo e pane, e

l’odor di caffè dell’inizio del dì, riempiva la piazza.

 

Era l’ora e tutto pareva dipinto nel tuo sguardo di cielo.

 

Davanti alla scuola, il tuo dolce sorriso accendeva il mio giorno.

Sognavamo la vita nel sole, senza giorni di nebbie sul mare

qualche giorno di nebbia, è passato però.

 

Ma la vita, gli odori i colori del tempo passato, ancora son lì

nei tuoi occhi di cielo, senza nebbie nel tempo.

 

 

Supermaket

 

di Sandro Pioli

 Jacopo della Quercia

Non so cosa pensano

che noi si debba pensare

di morti e vivi e processioni

di spot televisivi Bagdad cessi

termovalorizzatori rifiuti

e presidente e foto

di pecore e di agnelli

di sagge parole di concordia

che rotolano ridendo giù dal Quirinale

Non so cosa pensate della pace

che bombarda e ammazza

e cuoce nel sugo anche i bambini

e cosa vi obbligano a pensare

per girarvi a guardare di qua

di là ad occidente ed est

dentro scatole ammuffite

dei regali di Natale

dentro le chiese

cripte dei morti per sempre

e senza speranza per nessuno

consumando quel che si deve consumare

Non ci resta che il vuoto

e la certezza che ci sia legame

tra una fine discreta e scendere

dal treno in stazione senza bagagli

con tasche e mani vuote

pronti ad una fine nella paura

piangendo ma umani lasciando

una realtà che tanto ci fa male.

 

Chimera

 

di Cinzia Fioroni

gattopardo26 

Ho dentro di me

infiniti alberi da recidere,

rami secchi da estirpare,

terra arida da rinnovare

 

Ho dentro di me

interminabili inverni

da perdonare, una vecchia stagione

da sotterrare.

 

Indugio nell’attesa…

 

Una nuova primavera

fresca, pallida e leggera,

tenera illusione

vestita d’emozione.

 

Lampedusa

 

di Cinzia Fioroni

 Z_Falesia costa Sud

Terra d’anime e di speranza,

succosa terra di mare,

ecco Lampedusa.

Lacrime straniere

traboccano innocenti

annegando la vita,

e Caronte

trasporta ancora i suoi dannati.

Ecco Lampedusa,

orgoglio siciliano

dell’amore di Dio.

 

 

PRESENTAZIONE A VELLETRI

DI SCIASCIA E PIRANDELLO

 Velletri, presentazione opere di Ubaldo Riccobono


Un vero viaggio di scoperta non è scoprire
nuovi luoghi ma avere nuovi occhi”, Marcel Proust


Invito predisposto dalla Mondadori.Il fascino del libro stampato è un dato primordiale. Si coglie nella cura e nella delicatezza con cui i lettori sfogliano le pagine, leggono qualche rigo, guardano attentamente le copertine. Anche se Internet, i blog, facebook ti connettono al mondo intero, il libro è sempre qualcosa di irripetibile, a portata di mano, un amico fidato che ti accompagna anche nella solitudine della tua stanza. Chi ama i libri non sarà mai solo. Ho voluto presentare i miei ultimi due libri fuori della Sicilia, a Velletri, perché ritenevo necessario uscire dalla solita routine, per vedere con occhi nuovi cosa significa la presentazione di un libro fuori casa. Diciamo che venivano presentati i miei libri, ma io mi potevo astrarre e giudicare i relatori e il pubblico quasi dall’esterno, valutandone le emozioni, le reazioni, il modo di pensare e di criticare. E’ stata un’esperienza ricchissima che mi tornerà utilissima nel prossimo approccio con la scrittura. Vari altri argomenti mi hanno spinto a presentare i miei due libri a Velletri. Intanto, mi sembrava doveroso – e ne ho provato un grande piacere - rendere omaggio al maestro Vincenzo Sciamè, che mi onora della sua amicizia, il quale mi ha consentito di utilizzare due suoi magnifici dipinti per le copertine dei volumi “Il fuoco e la ragione”e “Pirandello in love”, due dipinti assai aderenti al contenuto dei libri: la rosa purpurea su una scena teatrale della commedia “Pirandello in love”, a rappresentare amore e passione; la maschera nuda in un rosso predominante del saggio “Il fuoco e la ragione”, a segnalare il fuoco e l’incandescenza della scrittura pirandelliana.

Velletri, Conviviale Rotary

Un secondo motivo è stata la presenza a Velletri della pronipote di Pirandello, la professoressa Renata Marsili Antonetti, scrittrice di tante opere sul Premio Nobel, la quale ha rievocato qualche episodio inedito relativo alla nonna materna, Rosolina Pirandello, sorella di Luigi, uno dei personaggi della mia commedia.

Un terzo motivo era l’impatto con un tipo di critica, sganciata dall’establishment della nostra terra, forse troppo condizionata dal vincolo oneroso di due grandi letterati come Pirandello e Sciascia. E per la verità mi ha colpito leggere l’emozione dei relatori nel trattare quelli che fuori della Sicilia sono considerati due mostri sacri. Il professor Adeo Viti, assai esperto e competente, ha relazionato con profondità di giudizio sul saggio “Il fuoco e la ragione”, mostrando un amore viscerale per Pirandello e Sciascia e cogliendo in modo sapiente il rapporto tra i due letterati, così simili e così diversi, ma visti letterariamente come padre e figlio. E, infine, c’era il fascino della Libreria Mondadori e della Conviviale del Rotary di Velletri, di cui Vincenzo Sciamè è stato impareggiabile Presidente dell'anno sociale testè concluso.


Velletri, Conviviale Rotary

 E’ raro vedere presentare libri dal vivo - come diretti interessati -  e cogliere le emozioni di chi presenta e a sua volta le rende palpabili agli altri. Ed è per questo che Pirandello e Sciascia sono e saranno sempre amati e non tramonteranno mai, perché sono sempre in grado di creare sensazioni uniche in chi scrive, in chi legge, in chi fa critica e nell’uditorio che ascolta. E’ il sortilegio delle loro parole, che si ripete invariabilmente per tutti coloro che hanno sempre occhi nuovi nel coglierle.

domenica, 14 giugno 2009

I VECCHI E I GIOVANI

STORIA DI SEMPRE

Vincenzo Sciamè, ritratto di Pirandello 

CENTO ANNI FA USCIVA

L’OPERA DI LUIGI PIRANDELLO

 

Ricorre quest’anno il centenario della pubblicazione del romanzo di Luigi Pirandello “I vecchi e i giovani”. Fu la rivista La rassegna contemporanea a pubblicare l’opera a puntate. Nel 1913 invece i fratelli Treves di Milano diedero alle stampe l’opera, riveduta e corretta, in due volumi. Tra le due date s’inserisce un episodio curioso che vide al centro di un giudizio, conclusosi con la condanna del Premio Nobel da parte del pretore di Lanciano, il famoso romanzo. Era accaduto che lo scrittore s’era impegnato con l’editore di Lanciano, Rocco Carabba, a scrivere un libro scolastico. Pirandello, cui non andò a genio un libro di tal fatta, offrì in cambio all’editore delle novelle e alla fine il  romanzo, ottenendo l’autorizzazione dei fratelli Treves che lo volevano pubblicare. Barabba rifiutò e invitò Pirandello all’impegno originario. Lo scrittore, esulcerato, per lettera offese il Carabba:

vedo chiaramente che lei capisce di letteratura quanto può capirne un cerinajo… “ “si permette certe insinuazioni che soltanto si possono perdonare a un incosciente… “ “lei non solo non è in grado di apprezzare le mie novelle, ma neppure è degno di leggere e di tenere in mano… “ Fu condannato in pretura ad una pena pecuniaria e a rifondere i danni.

 Maschera che piange

Maschera nudaIl non-senso della storia

 

Ha ragioni da vendere Leonardo Sciascia, quando, nel suo saggio Pirandello e la Sicilia, sostiene che I Vecchi e i Giovani  costituiscono “l’opera più autobiografica di Pirandello”, perché il romanzo, lungi dal voler ricostruire la storia della Sicilia, quantunque “amarissimo e popoloso”, come lo definì lo stesso scrittore, rappresenta non l’epopea, ma il dramma di due generazioni e dei personaggi, grandi e piccoli, che le composero. E’ invece contraddetto dallo stesso Pirandello l’altro assunto sciasciano che, alla stregua della critica di Emilio Cecchi, ritenne che l’opera costituisse un “romanzo storico senza senso della storia”. Nella Prefazione ai Sei personaggi in cerca d’autore, Pirandello chiarisce perentoriamente di avere la disgrazia di appartenere agli scrittori di natura più propriamente filosofica, i quali, rispetto a quelli di natura storica, sentono un più profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono figure, vicende, paesaggi che non si imbevano, per così dire, d’un particolare senso della vita. E c’è da credergli, perché Pirandello, in tutto il corpus delle sue opere, afferma che una logica della storia non esiste e ogni accadere è unico e irripetibile, come unica e irripetibile è la coscienza umana. Non opera di storia si tratta, quindi, ma di vita, di “vite parallele” di due generazioni, così come disse Plutarco: οΰτε ίστορίας γράφομεν άλλά βίους (“non di storia scriviamo ma di vita”).

Pirandello1Pirandello6

L’opera, quindi, non si prefigurava nella mente di Pirandello come contrapposizione di modelli sociali; ma, attraverso la focalizzazione sui personaggi, voleva addentrarsi nei meccanismi complicati della coscienza individuale, nonché descriverne i mutamenti, le utopie, le indecisioni. Visione filosofica, quindi, siccome si era andata evidenziando a partire da Cartesio, allorquando il principium individuationis cominciò a ruotare attorno al soggetto e al suo pensiero, giacchè l’uomo non poteva andare al di là dell’esperienza possibile dei singoli fenomeni, né poteva riuscire ad avere della storia una conoscenza oggettiva, alla quale far riferimento.

LIl novecento, in particolare, era il secolo della crisi e  la concezione di Pirandello non poteva non nascere da un ripudio aprioristico della realtà storica, che si fa sempre “giuoco” del fattore umano, e nei suoi corsi e ricorsi lo sbeffeggia sempre:

 

La storia è composizione ideale d’elementi raccolti secondo natura, le antipatie, le simpatie, le aspirazioni, le opinioni degli storici e che non è dunque possibile far servire questa composizione ideale alla vita che si muove con tutti i suoi elementi ancora scomposti e sparpagliati (Pirandello, La tragedia d’un personaggio, novella, 1915)

 

L’uomo in balìa degli eventi

 Erma bifronte, Vincenzo Sciamè

Consapevole che il fluire della vita è un fatto singolare e che l’uomo, al suo interno, è come un’onda del mare che va e viene, Pirandello analizza le vicende autobiografiche della sua famiglia e degli altri personaggi di Girgenti che s’erano mossi sulla scena politica nazionale, filtrandole e traendone linfa attraverso il nichilismo dell’opera del filosofo tedesco Max Stirner, L’unico e la sua proprietà:

 

L’umanità guarda solo a sé, l’umanità vuol far progredire solo l’umanità, l’umanità è a se stessa la propria causa. Per potersi sviluppare, lascia che popoli e individui si logorino al suo servizio, e quando essi hanno realizzato ciò di cui l’umanità aveva bisogno, essa li getta, per tutta riconoscenza, nel letamaio della storia. (L’unico e la sua proprietà, Stirner)

 

 

I patrioti cadono in lotte sanguinose o in lotte contro la fame e la miseria; forse che il popolo se ne interessa? Grazie al concime dei loro cadaveri il popolo diventa un “popolo fiorente”! Gli individui sono morti “per la grande causa del popolo” e il popolo dedica loro due parole di ringraziamento e ne trae il suo profitto…E allora, sulla base di questi fulgidi esempi, non volete capire che è l’egoista ad avere sempre la meglio? (L’unico e la sua proprietà, Stirner)

 

Stirner non credeva nella lotta di classe e nella rivoluzione, perché esse avevano portato soltanto al riprodursi di nuove gerarchie, simili in tutto e per tutto a quelle già abbattute. Soltanto l’insurrezione dei singoli, di tipo anarcoide, poteva dare impulso al cambiamento del destino umano; e per questo il suo scetticismo radicale era stato criticato ed osteggiato in modo veemente da Marx, Engels e Feuerbach, e da tutta la sinistra hegeliana.

            Sotto il profilo della prassi, Pirandello diede ragione a Stirner, perché nel periodo post-risorgimentale vide il riciclarsi delle posizioni dominanti vetero-borboniche, il prevalere degli interessi personali, l’ascesa di uomini senza scrupoli e dalla dubbia moralità, la lotta spietata del potere per il potere e le sue più basse contaminazioni.

Se per lo scrittore, dunque, era sterile e improponibile il detto ciceroniano historia magistra vitae o  historia lux veritatis, neanche i frammentari eventi storici potevano essere cambiati dalla ribellione del singolo, gettato a caso nella vita, carne da macello alla mercè dei conquistadores, vecchi e giovani. Per cui l’unico senso che rimaneva a ciascun uomo era la presa d’atto della propria condizione, esattamente come recitano lapidariamente tre versi di Giuseppe Gioacchino Belli:

 

Cuesto semo noantri, Crementina,

che ccottivati a ppessce de frittura,

sce bbutteno a la mucchia de matina.

 

Pessimismo totale che è espresso similmente nell’Adelchi del Manzoni:

 

…loco a gentile,

ad innocente opra non v’è; non resta

che far torto o patirlo…

 

La storia è, per Pirandello, circolo vizioso, “diallelos” scettico, che non porta ad alcuna conclusione:

 

 

Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo, che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che, poco dopo, egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche... del non averci saputo illudere, poichè fuori di queste illusioni non c’è più altra realtà... E dunque non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finchè non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà... passerà... (Pirandello, I vecchi e i giovani)

 Vincenzo Sciamè, pittura

Il giuoco delle parti, dunque: due, quante le generazioni indicate nel titolo, i vecchi e i giovani; due quante le parti della struttura del romanzo, sull’asse di due città Girgenti-Roma; due, quanti i momenti storici rappresentati, il Risorgimento e le vicende dello Stato post-unitario; due, quante le espressioni dell’anima, divisa tra realtà e finzione. L’impostazione simmetrica e binaria si evince, altresì, dal numero dei capitoli che suddividono entrambe le parti del romanzo, otto, multiplo di 2. L’otto, che indica stabilità, si ottiene da 4 x 2 o da 4 + 4, o da 2 + 2 + 2+ 2. In termini religiosi l’otto indica la rinascita e la regolarità delle generazioni, esattamente secondo quello che Pirandello voleva rappresentare: la vita, intesa  come flusso che si rinnova continuamente, scorrendo inarrestabile, senza che l’uomo possa opporsi a cambiarla. Diffidente per vocazione della natura umana, lo scrittore dovette constatare che la realtà circostante non era, né poteva essere il migliore dei mondi possibili, ma la somma delle ineliminabili sofferenze dei singoli, che il caso si divertiva a perseguitare. Quest’amara rassegnazione consigliava di ritirarsi nella rocca dell’individualismo, nell’attesa umoristica di tempi migliori, perché soltanto cambiando l’individuo e la sua etica si poteva migliorare la vita dell’uomo. Concezione che più tardi lo avrebbe portato all’ingenua adesione al fascismo di Mussolini, perché illusoriamente ritenne, alla stregua di Fichte, che soltanto un uomo forte potesse essere in grado di interpretare queste esigenze. Perciò, il suo romanzo, più che una condanna senza appello del microcosmo  e del macrocosmo, del micropotere (Girgenti) e del macropotere (Roma), mette in risalto quegli atteggiamenti e comportamenti dell’animo umano,  responsabili, per il giuoco sottile delle apparenze,  d’aver cristallizzato la vita dei giovani; e nel contempo fustiga la mancanza di concretezza di questi ultimi, i cui conati velleitari erano destinati a fallire nel marasma generale, per mancanza di scopi autentici.

 

Horror vacui

Vincenzo Sciamè 

Nel 1901 s’era conclusa la lunghissima gestazione dell’opera. Ma dovettero passare ancora otto lunghi anni, prima della sua pubblicazione. Frattanto, le vicende personali, gli eventi politici e sociali confermarono allo scrittore che vita e storia erano il flusso di sempre.

 

Calmo e freddo in apparenza, Lando Laurentano covava in segreto un dispetto amaro e cocente del tempo in cui gli era toccato in sorte di vivere; dispetto che non si sfogava mai in invettive  o in rampogne, conoscendo che, quand’anche avessero trovato eco negli altri, come ne trovavano difatti quelle dei tanti malcontenti in buona o in mala fede, non avrebbero approdato a nulla. Era, quel suo dispetto, come il fermento d’un mosto inforzato, in una botte che già sapeva di secco. La vigna era stata vendemmiata… Aveva dato il suo frutto, il tempo. E lui era venuto a vendemmia già fatta… (Pirandello, I vecchi e i Giovani)

 

L’evoluzione sociale dipendeva, sì, dalla libera scelta dell’intelligenza e del volere, ma si scontrava con un progresso tecnologico che, pur postulando una società sempre più ricca e aperta, non portava alla liberazione di tutti, ma anzi alla constatazione per la maggioranza della mancanza di quel che si desiderava o ci si attendeva, in un ciclo senza fine. Ebbe paura del vuoto interiore, sgomento del nulla, angoscia dell’infinito. Com’era possibile che si potesse essere passivi, ciechi, sordi? Qual era il senso della vita?

E che significato aveva descrivere i fatti, nudi e crudi, com’erano in realtà, alla maniera naturalistica, mentre nella coscienza s’agitavano il dubbio, la pazzia, lo straniamento? 

Vincenzo Sciamè, pittore

Giovanni Verga aveva ideologizzato l’immodificabilità della legge di natura, secondo la quale gli uomini erano mossi dall’interesse economico, dalla ricerca dell’utile, dall’egoismo, in una logica ferrea di sopraffazione dei più deboli, che finivano per soccombere sempre nella lotta per la vita. Ma l’arte per Pirandello poteva e doveva fare di più, doveva rappresentare quanto e in che modo la realtà effettuale giocava nella formazione della coscienza. L’arte non poteva essere impersonale, perché l’artista sente e riflette in se stesso le passioni, le illusioni e le delusioni degli altri, a maggior ragione nella misura in cui coincidono con i sentimenti propri.

Come non vedere che esisteva un’opposizione perenne tra vita e morte, amore e morte, corpo e spirito, forma e contenuto, arte e realtà, storia ed eternità?

L’invecchiamento dell’uomo, con le sue conseguenze, era ineluttabile e la vita trascorreva, scivolando impalpabile sotto gli argini:  egli lo sapeva bene. Nove lunghissimi anni erano trascorsi del nuovo secolo: che cosa era cambiato? Decise di non toccare l’impianto dell’opera, le premise soltanto l’epigrafe:

 

Ai miei figli, giovani oggi vecchi domani

 

Non era per lui una mera didascalia, ma la constatazione della condizione umana, che aveva fatto dire al suo filosofo prediletto:

 

Così la vita umana non è che un’illusione perpetua: non si fa che ingannarsi a vicenda e adularsi a vicenda (Blaise Pascal, Pensieri).

 

(Ubaldo Riccobono, Tutti i diritti riservati)

 

 

 

lunedì, 25 maggio 2009

IL FENOMENO CAMILLERI

Saggio di Marco Trainito

Camilleri:”Quello di Marco Trainito è il migliore libro

in assoluto fino a ora dedicato alla mia opera

 

Andrea Camilleri – Ritratto dello Scrittore di Marco Trainito, Editingedizioni Treviso, ora Edizionianordest, saggio, dicembre 2008, pagine 254, € 15.00 info@editingedizioni.com, www.editingedizioni.com, info@edizionianordest.com, www.edizionianordest.com 

 

Per un saggista gli studi non finiscono mai. Deve confrontarsi con i testi dell’autore, con il suo pensiero, con la critica sul suo pensiero, con le opere degli altri autori – a volte tanti – che lo richiamano, con la cultura presente e quella del passato.  Insomma il saggista deve essere occhiuto, tuttologo, quasi onnisciente e, forse, anche veggente. Nel caso di Camilleri, scrittore prolifico con produzione infinita, un saggista deve operare miracoli di memoria, sapienza di collegamenti e di rimandi, conoscere l’infinità delle sue opere, apparentemente semplici, ma poliedriche nei contenuti e nelle sciarade che vi sono disseminate: insomma deve conoscere a menadito la letteratura regionale, nazionale e internazionale. C’è da domandarsi come abbia fatto Marco Trainito, giovane e valente professore di filosofia di Gela, anche se già può vantare nel suo palmarès una notevole esperienza e un invidiabile curriculum, ad imbastire una biografia così bella, profonda, stimolante, completa, a tutto tondo sul fenomeno letterario così complesso qual è quello di Camilleri. Non si tratta soltanto d’intelligenza, e Trainito lo è stato tra l’altro per aver saputo governare e dosare un materiale, che poteva risultare troppo magmatico e per ciò stesso proteiforme. Non si tratta neanche di bagaglio culturale, e Trainito ne ha a iosa, conoscendo tutti i segreti del mestiere e dall’alto di una encomiabile assiduità di studi. La verità vera è che Marco Trainito, oltre a possedere una grande passione per la letteratura, è uno scrittore saggista geniale; sa usare la penna come un bisturi che è in grado di incidere in lungo e in largo, con operazioni di  microchirurgia e macrochirurgia critica. Nulla sfugge alla sua analisi e lo fa con tocco di mano e linguaggio suadenti. Il suo libro non ha sbavature, si dipana con scorrevolezza e profondità di contenuti in tutte le direzioni, inseguendo Camilleri in tutti i meandri delle sue opere e della sua anima. E i primi risultati lo hanno già premiato: prima tiratura esaurita in una settimana e già la Casa Editrice che l’ha scoperto la EditingEdizioni, ora Edizionianordest, è giunta alla terza edizione. Un’opera fondamentale sul padre di Montalbano da non perdere e da mettere in evidenza nella propria libreria, non solo da parte dei fans di Camilleri, ma anche da chi ama la letteratura in generale: un saggio che entra di diritto nella storia della critica letteraria.

 Marco Trainito con Camilleri

Un filo di fumo

Dal romanzo officina

ai pizzini di Provenzano

 

Romanzo di Andrea CamilleriNella sua incisiva analisi, tra una carrellata e l’altra di temi a getto continuo, supportati con citazioni e riferimenti di notevole spessore, che costituiscono ulteriori inviti ad approfondire, a leggere e rileggere, Marco Trainito individua in Un filo di fumo il prototipo strutturale della produzione camilleriana, che si sostanzia precipuamente in quattro elementi che rappresentano delle costanti che percorrono in vario modo le opere successive:

1) l’invenzione di Vigata, il paese geograficamente inesistente nel quale Camilleri ambienta tutti suoi romanzi, il centro più inventato della Sicilia più tipica, “una sorta di buco nero che ingloba tutto. Tutto ciò che succede dentro i confini della Sicilia”. Su Vigata il saggio indugia giustamente, perché appare essenziale nell’economia dei romanzi di Camilleri, non fosse altro che per quel giuoco di realtà e finzione (tra Borges, Pirandello e Sciascia) che appare una caratteristica fondante di tutta l’opera del Maestro di Porto Empedocle. E Trainito ne coglie l’essenza dimostrando con analisi testuali, intertestuali e intratestuali, come Vigata sia una, nessuna e centomila, come del resto il Commissario Montalbano, e Camilleri stesso come scrittore.

2) l’invenzione della lingua. Con Un filo di fumo – interessante la coincidenza del “filo” del libro con il filo conduttore e strutturale di tutti i romanzi successivi - viene introdotta la lingua tipica di Camilleri e acquista rilevanza il Glossario, in cui viene fissato un vero e  proprio codice. Il dialetto di Camilleri ha fatto discutere molto e ancora farà discutere, perché è l’invenzione, diremmo la “rivoluzione copernicana”, che ha spalancato a Camilleri le porte del successo. Pirandello, grandissimo scrittore in dialetto in alcune commedie, ritenne che il dialetto non potesse far pervenire l’arte a livello universale. Il dialetto di Camilleri invece rende le sue opere comprensibili non solo ai lettori italiani, ma anche nelle 33 nazioni che le hanno tradotto. Come si spiega? Certo l’uso del dialetto da parte di Pirandello era integrale e per ciò stesso non si prestava ad andare oltre i confini regionali e comunque non era recepibile da tutti. Camilleri risolve in maniera intelligente il quesito pirandelliano, perché la lingua dei suoi romanzi è quella italiana, ma si avvale di un colorito glossario dialettale, che non ha significato di linguaggio dal punto di vista formale, ma acquista un sapore e uno spessore “antropologico-culturale”, che fa cogliere il sentimento dell’artista e delle situazioni che vengono ad essere rappresentate.

3) Camilleri riprende una particolare ambientazione storica siciliana, caratteristica dei grandi romanzi I viceré di De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: una particolare società, nella quale entrarono in crisi valori, classi, politica e società, che hanno lasciato indiscutibili tracce sulla precarietà dell’età contemporanea. E perciò la cerniera di collegamento tra presente e passato rende l’opera di Camilleri quanto mai attuale e stimolante.

4) Lo spunto del romanzo-officina è un documento anonimo e viene in rilievo in taluni personaggi la scrittura di lettere o documenti, motivo ricorrente nei successivi romanzi, e nella serie di Montalbano, che addirittura scriverà lettere a se stesso.

Altri elementi ricorrenti sono i rimandi - palesi o occulti - a moltissimi autori di spessore, con giochi intertestuali o intratestuali evidenti o reconditi. Lo scrittore interagisce con autori come Aulo Gellio, Manzoni, Conrad, Conan Doyle, Cervantes, Faulkner, Calvino, Sciascia, Borges, Gadda, Simenon, D’Annunzio e trova in ciò una goduria senza limiti, come un divertissement è la biblioteca di Vigata del Commissario Montalbano, in cui entra perfino Camilleri stesso. Ovviamente non poteva mancare Zio Luigino Pirandello – come lo chiama Camilleri: e Vigata viene vista, pirandellianamente, una nessuna e centomila, cangia di continuo; così come, del resto, assistiamo pirandellianamente allo sdoppiamento del Commissario Montalbano, e per certi versi dello stesso scrittore, “costretto” quasi ad inseguire nel suo laboratorio, e quindi nella narrazione, la necessità di questo sdoppiamento.

La spina dorsale del saggio è data dalla divisioni in tre blocchi principali: la genesi (L’origine della specie da Un filo di fumo), l’evoluzione dell’opera camilleriana (Giochi intertestuali e impegno civile), l’approdo laico di Camilleri (Dalle bolle ai pizzini. Lo spirito laico di Camilleri), in cui si va anche alla ricerca della cultura clerico-mafiosa, di cui tanto scrisse Leonardo Sciascia, dal quale Camilleri attinge a pieni mani, decodificando modernamente i fatti ultimi di mafia, tra i quali i pizzini di Montalbano.

Nutritissima la bibliografia, che abbraccia tutti i testi di Camilleri dal 1978 al 2008, nonché tutta l’opera critica uscita fino a tutto il 2008. Un’analisi colossale quella di Marco Trainito, che offre infiniti spunti sulla letteratura e tantissimi autori, decodificati a livello filosofico, psicologico, filologico, sociale con incursioni in tutti i campi dell’umano sapere, che non è facile in questa sede riassumere, ma che va letta per gustarne l’intensità e lo spessore argomentativi di uno scrittore, a guisa di opera narrativa.

 

L’autore- Marco Trainito è nato a Gela il 25 aprile 1969. Dopo la laurea in filosofia e storia nel 1994 (tesi su Nietzsche) ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in filosofia e storia delle idee nel 1998 (Tesi su Wittgenstein e Popper) insegna filosofia e scienze sociali al Liceo Socio-psico-pedagogico “ di Linguistica "Dante Alighieri” di Gela ed è tutor di Linguistica Generale, Filosofia Teoretica e Filosofia del linguaggio nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Catania, decentramento didattico di Gela. Ha pubblicato: Popper e il Wittgenstein antropologo. Un’ipotesi di confronto, 2000; I bambini, la televisione e la scuola nel pensiero di Karl Popper, 2002; Il “Big Typescript di Wittgenstein, 2002. Ha pubblicato saggi su Umberto Eco e Stefano D’Arrigo. Scrive per giornali e riviste on line.

 

IL GIORNO PIU’ LUNGO DI CAMILLERI

Sotto il cielo di Vigata

La statua del Commissario Montalbano 

Un critico ha definito Vigata

“Il paese più inventato della Sicilia più vera”

Se stesse in me, correggerei la definizione:

“Un paese, in parte vero, della Sicilia più inventata”

                                                Andrea Camilleri

 Camilleri con il sindaco Calogero Firetto di P.Empedocle

 Un giorno a Porto Empedocle, paese che c’è, per vivere un giorno a Vigata, paese che non c’è; oppure un giorno a Vigata, paese in parte vero di una Sicilia inventata da Andrea Camilleri. Con questa visione borgesiana, tra realtà e finzione, è stata concepita dal comune di Porto Empedocle, dov’è nato il grande scrittore, la giornata “Sotto le stelle di Vigata”, una giornata ricca di eventi culturali di spessore.

Innanzitutto il tema iniziale assai suggestivo “Montalbano, un commissario non troppo di carta” condotto da un trio: il Sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto, uomo colto e competente, che ha intrapreso una battaglia culturale e sociale a 360 gradi per la cittadina marinara; lo stesso scrittore Andrea Camilleri e un critico letterario di grande valore, Salvatore Ferlita, accademico dell’Università di Palermo, che scrive per la pagina culturale di Repubblica.

Il secondo evento è la firma ufficiale per la costituzione della Fondazione letteraria Andrea Camilleri, che avrà sede nella casa di famiglia dello scrittore, donata al Comune di Porto Empedocle.

Dice il Sindaco di Porto Empedocle, Calogero Firetto:

 

“Un cordone ombelicale, che non verrà mai reciso, unisce Porto Empedocle ad Andrea Camilleri. Per questo motivo abbiamo deciso di dare vita ad una Fondazione intitolata al nostro illustre concittadino: non un museo ma una struttura viva e dinamica”

 

Giuseppe Agnello, scultore di MontalbanoIl secondo evento è stata la scopertura, da parte di Andrea Camilleri, della scultura iperrealista raffigurante il celeberrimo Commissario Montalbano, opera dello scultore Giuseppe Agnello, di Racalmuto, lo stesso che ha concepito la scultura bronzea  di Leonardo Sciascia, che passeggia sul Corso principale di Racalmuto, con l’eterna sigaretta in mano. Dal 1989 Giuseppe Agnello insegna Scultura e Tecniche della Scultura tra l’Accademia di belle Arti di Palermo e quella di Carrara.

 

 

 

Associazione Culturale Humus Racalmuto

La conclusione della mattinata è avvenuta con un aperitivo vigatese con “arancini” del Commissario Montalbano, nel Caffè Vigata, a pochi metri della statua di Montalbano.

 

Montalbano: uno, nessuno, centomila

La statua di Montalbano scoperta da Camilleri  

A proposito della scultura del Commissario Montalbano, assai diversa dallo Zingaretti della fiction, Camilleri ha scritto un’interessante minirelazione sulla brochure di presentazione dell’evento:

 

“Nell’immaginario collettivo le immagini del commissario Montalbano corrispondono a quelle di Luca Zingaretti che l’interpreta in tv. In realtà il mio personaggio, quello che opera a Vigata, è un po’ più anziano perché naviga per i sessanta anni essendo nato nel ’50. Il mio commissario è pieno di capelli, ha i baffi ed è facilmente riconoscibile sulla pagina. E’ giusto quindi che Vigata – Porto Empedocle realizzi un’immagine del vero volto del commissario Montalbano, così come si può desumere dalle mie, certo non ricche, descrizioni fisiche del personaggio. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che in Italia di monumenti destinati ad un eroe di romanzo esista solo quello a Pinocchio dovuto al grande scultore Emilio Greco. Ora immaginare Pinocchio, non dovrebbe essere difficile, dato che si tratta di un burattino oltretutto perfettamente descritto da Collodi. Eppure le decine e decine di pittori e di disegnatori che hanno tradotto in immagini Pinocchio, l’hanno fatto uno diverso dall’altro perché ogni artista, dentro di sé, aveva il “suo” Pinocchio. Di fronte a un personaggio come Montalbano, che è uomo comune, i problemi del dargli una forma concreta si moltiplicano. Gli stessi lettori ne danno ogni volta un’immagine differente e, credetemi, non c’è una descrizione che coincida con un’altra. Accadrà così con quest’opera, è inevitabile. Questo è il Montalbano visto dal Maestro Giuseppe Agnello che l’ha, impresa certo non facile, tradotto in bronzo. A me piace questa immagine di Montalbano; soddisfa molto e ancor più mi piace che il mio Commissario se ne stia appoggiato ad un lampione a guardare i “marinisi” che passeggiano! So già che molti diranno che non somiglia a Montalbano. E che altrettanti diranno invece che gli somiglia. E’ inevitabile: ogni lettore si crea un suo Commissario. Come ogni personaggio romanzesco Montalbano infatti è, pirandellianamente, uno, nessuno, e centomila!”

                                                                                                  Andrea Camilleri

 

Prima della scopertura, Andrea Camilleri ha voluto salutare l’evento, cavando dal suo cappello a cilindro delle battute umoristiche.

 

Tu, cu si’?

 

Era un pomeriggiu estivo di vampa e iucavu al piccolo chimico, quando sintivu bussare alla porta. I miei genitori dormivano. Andai ad aprire e mi truvavu davanti un ammiraglio in feluca e mantellu, ca mittennumi due jta sutta a frunti, mi disse:

”Tu, cu si’?”

“Sugnu Nenè Camilleri” risposi subitu.

“Chiamami to’ patri e ta’ matri e dicci ca c’è Luiginu Pirandello!”

Ci fu un’aggitazzioni generali, perché nessuno era prontu alla visita di Ziu Luigi, abbigliato d’Accademico d’Italia.

Ora vidennu la statua di Montalbano poco distante da quella svettante di Pirandello in mezzu a’ Marina, mi ricordu sti dui jta puntati che Pirandello dall’alto del suo monumento immagino puntari a Montalbano, dicendogli:

“Tu, cu si’”

 

Camilleri 2 – Sentendo la citazione introduttiva sulla realizzazione in bronzo della statua, Camilleri nel preambolo del suo discorso ha detto:«Non parliamo di metalli, perché dalle nostre parti il bronzo ricorda il detto poco edificante “faccia di bronzo”»

 

 

IL CIELO RUBATO. DOSSIER RENOIR

di Andrea Camilleri

L 

Castello di SiculianaIn serata al Castello chiaramontano di Siculiana, appartenente alla famiglia Firetto di Porto Empedocle - la stessa del sindaco -, che ne ha fatto un lussuoso resort per eventi – matrimoni, meeting, manifestazioni -  è avvenuta la presentazione dell’ultimo libro di Andrea Camilleri “Il cielo rubato. Dossier Renoir”, in cui si racconta un viaggio del pittore Renoir ad Agrigento, allora Girgenti – forse avvenuto o forse no – attorno al quale lo scrittore ricama una storia ricca di mistero, tra realtà e finzione. Mai luogo fu più indicato per effettuare tale presentazione, perché il castello di Siciliana è quello in cui vissero l’avvenente Costanza II Chiaramonte e Antonino Delcarretto, dei marchesi di Savona Noli e Finale. Costanza II amava il lusso e i divertimenti. Della compagnia di gaudenti del castello venne a far parte Ser Branca Doria, il nobile genovese che attirato il suocero Michele Zanche in un suo castello, lo aveva ucciso, per succedergli nel dominio di Logudoro in Sardegna. Dante lo aveva collocato in vita nella Tolomea negli assassini degli ospiti, assieme al Conte Ugolino della Gherardesca, nel canto XXXIII dell’Inferno:

 

Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch’el fu sì racchiuso

 

“Io credo” diss’io lui, “che tu m’inganni;

che Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni”.

 

Corte del Castello chiaramontano di SiculianaNel mio romanzo “Una contrada chiamata Consolida” ricostruisco la storia scellerata della fedifraga Costanza II e Branca Doria, i quali ebbero dalla loro unione sette figli. Una storia fitta di mistero in uno dei tanti castelli dei Chiaramente.

E in effetti, come hanno chiarito il presentatore Fabio Carapezza Guttuso e il critico letterario Salvatore Ferlita, alla base di “Il cielo rubato” sta un grosso mistero di un viaggio, vero o fittizio, di Renoir, dal quale si dipana tutta la storia, in un racconto epistolare di sostanza, secondo un sistema già collaudato da Camilleri, di cui Marco Trainito ha diffusamente parlato nel suo “ritratto dello scrittore”.

Tutto ciò è stato anche ribadito da Andrea Camilleri nel suo intervento, il quale ha finito per sottolineare il giuoco continuo di rimandi delle sue opere, come esca offerta ai critici letterari, i quali assai spesso non riescono a coglierli tutti.

In quest’ultimo libro Camilleri ha evidenziato anche il pirandellismo dell’apparenza, della realtà e della finzione, ma ha lasciato in sospeso altri possibili enigmi celati. Ma la struttura del racconto è chiaramente sciasciana, con un riferimento quanto mai aderente a “Il consiglio d’Egitto”, dove i temi di verità, realtà, impostura, e della verità che diventa impostura e dell’impostura che diventa realtà, sono svolti dall’illuminista Leonardo Sciascia in maniera stringente. L’impostura finisce per prevalere sulla verità e diventa essa stessa verità, ma è pur sempre la ragione che trionfa, perché è la ragione che fa scoprire la seduzione e l’imporsi dell’impostura.

 

“Sono un contastorie”

Andrea Camilleri «Non sono un cantastorie, perché sono stonato. Sono un “contastorie”, uno che racconta, che lavora per i lettori. E poiché lavoro per i lettori, devo essere sempre diverso, uno, nessuno e centomila, così come uno nessuno centomila è il personaggio del Commissario Montalbano» ha detto nel corso della presentazione del suo ultimo libro Andrea Camilleri.

E ha poi aggiunto:«Confesso che con Montalbano mi sono trovato spesso a mal partito, quasi in galera. E’ la ripetitività il vizio più grande della letteratura e per liberarmi di questa presenza ossessiva del Commissario, ero costretto a gettare dei nuovi racconti, come pezzi di carne ai lupi di una slitta, perché Montalbano mi lasciasse libero di creare dell’altro. Certo, con Montalbano le vendite aumentano, i lettori sono più veloci di me e famelici aspettano altre storie. Non è bello sentirsi in galera e così, se riesco a sottrarmi a Montalbano, rientro in una posizione meno difficile, passando dalla galera agli arresti domiciliari, creando delle storie che mi intrigano molto»

C’è in queste dichiarazioni di Camilleri tutto il dramma moderno dello scrittore, costretto a confrontarsi ogni giorno con i suoi lettori.

«Mi dicono che dopo la mia morte, le mie opere saranno dimenticate? Non me ne importa un bel niente, l’unica cosa importante è scrivere “storie”»

Leonardo SciasciaDietro queste parole ci sono Borges, Sciascia e anche Pirandello. Borges preconizzava una teologia laica dei libri, che convergono verso l’unico, il più grande libro in assoluto. Sciascia ricordava che lo scrivere è sempre gioia, stato di grazia. Per Pirandello invece lo scrivere era vita (la vita o si vive o si scrive).

«Non voglio entrare nelle antologie - ha detto Camilleri – Porta jella. Portò jella ad Alessandro Manzoni, uno dei più grandi letterati di tutti tempi: la scuola così come l’ha fatto conoscere ha finito per farlo odiare. Appreso che una scuola siciliana, al posto dei Promessi Sposi, aveva adottato come antologia il mio Il birraio di Preston, ho scritto una lettera aperta  ad un giornale indirizzandola a Manzoni “Caro Sandro, la colpa non è tua, ma della scuola…”. Concetto quest’ultimo già evidenziato da Leonardo Sciascia pubblicamente, con l’affermazione che lo studio dei Promessi Sposi a scuola era consolatorio, mentre il quadro dipinto da Manzoni non era affatto consolante ma desolante.

A proposito dei libri e dei critici come sacerdoti, Camilleri ha posto il quesito:

«Che cos’è l’arte?»

Per lui l’arte è creazione di storie, sempre nuove, sempre diverse, mai scontate, perché l’arte consiste nella fruizione, nella massima fruizione; l’arte è vita e per esserlo veramente deve uscire dalla ripetitività. Vi è in ciò il contrasto pirandelliano tra vita e forma. Al lettore interessa la concretezza delle storie, più che la forma con la quale le si racconta.

Luigi PirandelloE ricordando il giudizio lusinghiero su una sua messa in scena degli anni sessanta del “Finale di partita” di Beckett, da parte di un critico, il quale  diceva che Camilleri era l’unico a poter dare del tu a Pirandello, Camilleri ha precisato d’aver risposto:

«Ringrazio immensamente del giudizio lusinghiero, ma a Pirandello, cui mi ha legato peraltro un vincolo di parentela, io continuerò a dare come sempre del “Voscenza”, che dalle nostre parti significa “Vostra eccellenza”»

 

venerdì, 08 maggio 2009

ISTANBUL, CROCEVIA DI CULTURE

(notazioni di viaggio)

Istanbul, tramonto sul bosforoMoschea di Solimano, IstanbulSanta Sofia Santa sofia mosaico dCisterna romana, IstanbulIstanbul Moschea blu Moschea blu

Divisa tra Asia e Europa, tra Oriente e Occidente, tra religione e laicità, megalopoli di 15 milioni di abitanti, esplosa tumultuosamente negli ultimi anni, Istanbul incarna la tradizione e la modernità con tutte le sue contraddizioni che una società del genere può comportare. La gente arriva da tutti gli angoli della Turchia, con la speranza nel cuore, puntando decisamente su questa città, la più estesa del mondo, e anche su Smirne (5 milioni di abitanti, altra città cresciuta a dismisura) per sottrarsi ad una sorte di miseria, di disoccupazione, di condanna sociale.

Panorama di Istanbul Ma come tutte le metropoli, Istanbul, città internazione dal turismo redditizio, può dare poco ai diseredati, perché i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri. La forbice si allarga sempre più e crescono i fermenti e le proteste. C’è il sogno europeo, di entrare nella Comunità, per essere una nazione competitiva dell’Occidente; c’è la paura d’essere fagocitati nelle spire dell’islamismo per uno stato che il padre della patria Ataturk aveva voluto fortemente laico, sganciandolo per sempre dalla religione.

La Repubblica di Turchia, nata il 29 ottobre del 1923, costituì un evento eccezionale, forse unico, se si pensa che l’impero ottomano era durato per molti secoli, ininterrottamente dal 1299 al 1922. Non c’è alcuna affinità linguistica, culturale, etnica, tra Turchi e Arabi. Tuttavia, la libertà religiosa è stata una costante della Turchia. All’ingerenza della religione araba si aggiunge quella europea, che sovvenzionò lo stato ottomano con cospicui prestiti internazionali, che diedero il via a un debito pubblico difficile da colmare.

Da qui la caduta dell’impero e la nascita di uno stato repubblicano, ad opera di Mustafa Kemal Ataturk.

Ataturk padre della patria turcaIl culto di Ataturk regna ancora sovrano e le sue riforme, nei piloni portanti, sopravvivono a settant’anni dalla sua morte (10 novembre 1938). Nel palazzo di Dolmabahce, dove Ataturk visse, dal suo rientro in patria fino all’ultimo giorno, tutti gli orologi sono puntati sulla fatidica ora della sua morte, le 9,05.

Dolmabahce, palazzo visto dal BosforoOrologio di DolmahbaceDolmahbace Scalinata e lampadarioSalone ingresso DolmabahcePalazzo Dolmahbace Ataturk riformò la scuola e il diritto e diede il via a un processo di occidentalizzazione, laicizzando la società turca, anche se raccomandò di non spingere l’occidentalizzazione fino alle estreme conseguenze. Del suo progetto culturale fece parte integrante l’emancipazione della donna. Anche se non proibì formalmente l’uso del velo, invitò pubblicamente e continuamente a non usarlo. Libertà e diritti civili delle donne furono suoi cavalli di battaglia. Scriveva:”Se ciò che chiamate civiltà è lasciar andare le donne mezze nude per le strade e farle ballare in mezzo a tutti, sappiate che questo è contrario alla nostra mentalità. Non lo vorremmo non lo vorremmo mai.”

Danza del ventre, IstanbulTuttavia, se sotto il profilo legale questi principi rimasero saldi e intangibili, l’emarginazione della donna turca, dopo la seconda guerra mondiale, cominciò ad essere pesante, tanto che nel 1989 ad Ankara, la capitale, si tenne il primo congresso femminista, con il quale si stigmatizzava la molteplice oppressione femminile, che si manifestava in tutte le istituzioni dominate dall’uomo - famiglia, scuola, stato, religione -, anche se c’è da precisare che l’ultimo periodo dell’Impero ottomano aveva fatto riscontrare un fermento eccezionale a favore dell’emancipazione femminile.

Donne nella moschea di Eyup Donne che pregano, Santa SofiaKemal Ataturk aveva anche abolito la poligamia fondando un diritto di famiglia paritario. Certo molte contraddizioni esistono e sussistono nella società turca anch’essa globalizzata, soprattutto nei paesi dell’interno, dove sono tangibili prevaricazioni, superstizioni, riti tribali e religiosi, analfabetismo e acceso nazionalismo. E in politica estera il mancato riconoscimento del “genocidio armeno” del 1915 ad opera dei Giovani Turchi, unitamente alla politica autoritaria del premier Erdogan, costituiscono una grossa remora per l’ingresso nell’UE. Barak Obama si è detto favorevole, ma Sarkozy e la Merkel sono contrari. Una partita aperta, ma che rischia di allargare il solco tra Europa e Turchia, la cui politica marcia verso l’islamizzazione, contraria alla visione kemalista, molto radicata nella coscienza del paese.

 

 

PAMUK, EMULO DI PIRANDELLO E SCIASCIA

Orhan Pamuk 

“L’intera Istanbul è confusa e triste come me”

 

“Finalmente capivo di amare Istanbul proprio per le sue rovine, per la sua malinconia e per il fatto che avesse perduto il prestigio di un tempo”

                                                                                        (Orhan Pamuk, Istanbul)

 Moschea di Solimano

Di questo disagio sociale, politico, internazionale, ma anche esistenziale della Turchia è fedele interprete Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006, che soprattutto in “Istanbul” individua questo iato profondo tra l’essere e il dover essere di una città, che incarna una nazione intera, votata al sogno della modernità – pur con tutte le patenti contraddizioni – o ripiegata in un ritorno ad un integralismo religioso, superato dai tempi e dalla logica, contrario persino alla sua vera identità storica.

Pamuk è contrario all’occidentalizzazione a tutti i costi, alla cementificazione sfrenata - per la verità non così evidente come in altre realtà dell’Oriente, vedi ad esempio Bangkok – e indulge al ricordo romantico di una Istanbul a misura d’uomo, città culturale, città romana, bizantina, ottomana, con il fascino dei suoi minareti, dei suoi vicoli, del suo mare, del Bosforo, del Corno d’Oro, dei palazzi ottomani, di Topkapi, di Santa Sofia.

LTopkapi, dallVenditore di gelatoNel Bazaar di IstanbulCittà in cui si mescolano culture, sedimentate nel tempo e che hanno lasciato tracce, che non possono essere sradicate.

Ma Pamuk si schiera dalla parte della modernità, rivendicando il ruolo dell’intellettuale – accanto a quello politico – e alzando la voce per il riconoscimento del “genocidio armeno”, per il quale è stato posto sotto inchiesta, per sua fortuna archiviata, ma che rinfocola le ire dei “nazionalisti”.

Ma se Pamuk può essere considerato la coscienza critica della Turchia, il letterato di punta della cultura turca, ha tuttavia rifiutato l’etichetta che avrebbero voluto appioppargli di “scrittore della nazione”.

Sono un uomo fatto di libri” ama dire e si dimostra orgoglioso dei sedicimila volumi della sua biblioteca. La scrittura è per lui la sua essenza, il suo modo di essere. Vivere e scrivere, come Pirandello, per lui fondamentale come Borges; e come Sciascia, di cui possiede l’opera omnia, compresi gli scritti politici, è stato un lettore “bulimico”.

Pamuk avverte il disagio dell’intellettuale relegato in un angolo, in una nazione in cui contano più la politica e il potere: è un disagio universale, denunciato anche dall’altro Premio Nobel 2007 Doris Lessing. Lo scrittore però non può abdicare al suo sogno, al suo ruolo, alla ricerca della felicità possibile, nella scrittura e per la scrittura, che Leonardo Sciascia, sulla falsariga di Borges, individuava in una sorta di stato di grazia.

 

Sciascia e l’Oriente

 La Scala dei Turchi, Realmonte (Agrigento)

Leonardo SciasciaIl mondo orientale vena le opere di Leonardo Sciascia. Ma l’Oriente è visto dal siciliano come un evento temuto, l’insicurezza è la componente primaria della storia siciliana.

 

«…non del mare che li isola, che li taglia fuori e li fa soli i siciliani diffidano, ma piuttosto di quel mare che ha portato alle loro spiagge i cavalieri berberi e normanni, i militi lombardi, gli esosi baroni di Carlo d’Angiò, gli avventurieri che venivano dalla “avara povertà di Catalogna”, l’armata di Carlo V e quella di Luigi XIV, gli austriaci, i garibaldini, i piemontesi, le truppe di Patton e di Montgomery; e per secoli, continuo flagello, i pirati algerini, che piombavano a prendere i beni e le persone. La paura “storica” è diventata dunque paura “esistenziale”; e si manifesta con una tendenza all’isolamento, alla separazione; degli individui, dei gruppi, delle comunità – e dell’intera regione» (Leonardo Sciascia, La corda pazza, Sicilia e Sicitilitudine)

 

Evento temuto che viene dall’est contraddistinto da una serie di frasi del dialetto siciliano tuttora in uso: “mamma li turchi”, “cu piglia un turcu è so”, “bestemmia comu un turcu”, “fuma comu dudici turchi”, “fici cosi turchi”. Modi di dire, iperboli dell’immaginario collettivo, ormai retaggio, ma significativi.  In Occhio di capra Sciascia ricorda ancora i Turchi, l’harem, il dorato del tesoro, del danaro, come un vagheggiamento estravagante:

 Istanbul, Topkapi, tesoro

Istanbul , Topkapi, Harem

«D’AREMI. Sono “d’aremi”, nelle carte da gioco siciliane, quelle dell’oro. Di danari. Probabilmente dall’arabo “dirham”, dìnaro. Ma per il suono, e per la lontana origine pure araba, resta di estravagante suggestione, a richiamo, la parola “aremme” registrata dal Tommaseo: “l’aremme de’ Turchi, in quanto è chiostro; ma aremme son anco le femmine stesse”. Lontana parola, ma non sfuggita alla caccia dannunziana: “su quel tappeto d’aremme”. Di harem. Ma per me, nel ricordo delle carte da gioco con cui nella mia infanzia molto tempo si trascorreva, la parola soffonde un che di dorato»

Istanbul, una volta dell

Pirandello e i Turchi

Luigi Pirandello Di questa tendenza all’eccesso, all’eresia, all’ "iconoclastiadel mondo turco, l’umorismo di Luigi Pirandello non poteva non cogliere gli aspetti più contraddittori, messi in luce nella novella “La lega disciolta”, 1910, in un personaggio, Bombolo, che ostenta tutto il carattere di un turco, temuto e riverito:

 

Girgenti, contadino con fez“Bombolo stava tutto il giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul marmo del tavolino in atto d’impero, l’altra mano al fianco, una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire:«I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me»” 

Bòmbolo ha fondato una lega di “bravi picciotti”. Fanno sparire capi di bestiame ai proprietari di terre, perfino ai baroni; e tutti, dicasi tutti, sono costretti a recarsi in processione da lui, per cercare di recuperarli e, per riaverli, devono pagare.

 

“Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch’era come un decimario di comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute. Lo apriva, chiamava a consulto i più fidati, e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella settimana «pagar la tassa»” (Pirandello, La lega disciolta)


Ma l’attività di Bòmbolo è un togliere ai ricchi per dare ai poveri, come egli dice a un suo vessato compaesano:

 

“Oggi com’oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco – sissignore – turco… eccolo qua – (e presentava il fez) – dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa in mano dalla punta dell’alba alla calata del sole, senza sedere mai, altro che mandar giù a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le torna all’opera masticando l’ultimo boccone, dico, padrone mio, pagarlo tre «tarì», in coscienza, non è peccato? Guardi Don Cosimo Lopes! Dacchè s’è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi di nulla?”


E in un fondaco delle alture di San Gerlando, Bòmbolo riunisce, ogni settimana, la Lega per integrare i magri guadagni dei contadini al prezzo stabilito di tre lire, detratte le pensioncine settimanali per le famiglie di tre esattori, condannati a tre anni di carcere, che avevano saputo tacere sull’attività della Lega. E lui, nossignori, non prende una lira, anzi ci rimette del suo, perché anche il suocero paga la «tassa». Sono falsità, quelle che si propalano in giro, che lui ciurla nel manico. E' lui l’apostolo della Giustizia, che controbilancia la “bella giustizia” che si amministra in Sicilia.

 

“Egli lavorava per la giustizia. La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall’amore, dalla gratitudine dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava. E tutti in un pugno li teneva”


Tutto così vero che egli dichiara sciolta la Lega, allorquando escono dal carcere i tre esattori condannati e manda il fez  da turco, della sua sovranità, al suocero, come in una deposizione. L’umorismo pirandelliano, così evidente, esplode dirompente in tutta la sua icasticità, quando i furti di bestiame riprendono, all’insaputa di Bòmbolo e dei suoi sodali. E le persone che si rivolgono a lui, per pagare la “tassa” credono una commedia il suo sdegno, come prima avevano ritenuto una commedia la sua pietà per i contadini.


“Ah, dunque, volevano proprio che gli schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?

-Via! puh! paese di carogne!

E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliolo, facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il suo berretto rosso. Turco, di nuovo turco voleva farsi!

E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su un brigantino per il Levante”


Emerge il sentimento del contrario, quel sentirsi ridicolizzato, che porta il personaggio  a volersi fare turco, eretico, a lasciare la sua terra, diventata nella sua violenza e protervia, più eretica dei più eretici turchi. Una novella che fa sorridere, di un sorriso amaro, ma non comica. La situazione del personaggio, schiacciato dagli eventi, potrebbe essere di chiunque e pertanto per Pirandello va rispettata e compresa.